Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,

Essa indefatigata; insin ch'ei giace

Alfin dall'empia madre oppresso e spento....

L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi, generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano. Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi “che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse “che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava, perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische....„

Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini, quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione: “Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto a proposito....„

Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore; e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia, e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli, sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„ E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„ E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta le risa finiscono in lacrime.

Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo, il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine) non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro, ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori, la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„

Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste; ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede. L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute. Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia. Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva egli — per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a compiacergliene?... „

EPILOGO

Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes, qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza, ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore, secondo il quale le sue teorie non erano “fondate a ragione ma a qualche osservazione parziale,„ egli rispose al suo editore: “Desidero che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore, è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità, anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi....„