Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici, d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de' due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico, quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno. Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„ Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore asiatico canta:
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro, Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole con quelle che il Leopardi disse in prima persona:
aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo,
e con queste altre: