Chi mi ridona il piangere

Dopo cotanto obblio?

E come al guardo mio

Cangiato il mondo appar?

Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane, di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale.

Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita: “Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici, appunti, note, ecc. cominciando dal Porphyrius. Egli, se piacerà a Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre era contrariato in qualche cosa, diceva: ah, ho inteso, ho inteso: la mamma è cattiva. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con altrettanta semplicità.„

Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente, allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia; ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri, ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del 1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del '32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto: “La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale?

Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile, che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò? Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva — e per la legge dell'amor proprio doveva volere — che fosse appresa come una cosa seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità “si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano, che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta, la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una forma di ribellione.

Nè, da un'altra parte, il suo pensiero fu realmente tutto determinato dai soli casi della sua vita, dalle “circostanze materiali„ dalle “sofferenze particolari„ dalle “malattie.„ Noi possiamo trovare nelle storie esempii di vite più infelici ancora di quella del Recanatese, senza che per questo i disgraziati abbiano tutto negato; ne troveremo molti che si sono contentati, che si sono confortati; qualcuno anche che ha riso d'un riso schietto. Ma l'esperienza del dolore è acquistata, nel Leopardi, da uno spirito inquieto la cui inquietudine è cresciuta per effetto dell'educazione. Già vedemmo che il colore del tempo nel quale egli visse fu grigio. Nel suo dolore e nel suo pessimismo sono pertanto da distinguere due gradi, ed egli stesso li distingue. Quando dice che vive “malinconico, solitario e tristo„, quando scrive: “Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia che cresce ogni giorno„; quando loda la noia e i “dolci affanni„, quando narra che aver pianto a Roma sulla tomba del Tasso è l'unico “piacere„ che abbia gustato nella città eterna; quando compone il Passero solitario, L'Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna, Consalvo, le poesie idilliache, elegiache, dove la tristezza è composta, dove il dolore è indefinito, egli è un romantico come tutti gli altri. I disinganni inevitabili ai troppo immaginosi, le ferite inevitabili ai troppo sensibili, l'esperienza di alcuni dolori reali, gli avrebbero fatto esprimere quella malinconia diffusa, quasi grata, quasi soddisfatta di sè stessa, che i poeti e i novellieri e i filosofi del suo tempo espressero concordemente. Egli sa che c'è, ed ha realmente provata la malinconia dolce e grata; ma perchè i suoi dolori non ebbero limite, perchè lo perseguitarono sino alla morte, perchè egli non potè godere, questo sentimento che è come “un crepuscolo„ dà luogo alla malinconia “nera e solida„ che è “notte fittissima e orribile.„ Guardate il dolente Chateaubriand: non ebbe egli i suoi piaceri, le sue fortune, i suoi trionfi? Il suo pessimismo è pertanto temperato. Un giorno egli scrive: “Ne désirons point survivre à nos cendres, mourons tout entiers de peur de souffrir ailleurs. Cette vie-ci doit corriger de la manie d'être.„ Non è la stessa idea che informa tanta parte degli scritti del Leopardi? Ma lo Chateaubriand, se arriva a concepirla, non la svolge, non la estende, non la sostiene, non ne fa un articolo della sua fede; non la mette neppure in un libro, l'annota in un manoscritto pubblicato dopo la sua morte; fate che, dopo averla concepita, le sventure d'ogni sorta lo perseguitino ogni giorno e lo schiaccino: egli vi tornerà sopra, la svilupperà, l'affermerà — come ha fatto Giacomo Leopardi. Noi già notammo che questi non stima sempre bella e buona la morte: perchè dunque la giudica “atra„, perchè la chiama “abisso orrido, immenso?„ Perchè si duole che la vecchiezza e la morte abbiano principio fin da quando

il labbro infante