Preme il tenero sen che vita instilla,
e non si possano emendare dalla
Nonadecima età più che potesse
La decima o la nona, e non potranno
Più di questa giammai l'età future?
Se egli fosse costantemente persuaso che la morte è un bene, il solo bene, si dorrebbe così? Se si duole, ciò è perchè non sempre il suo pensiero è tutto ottenebrato: vi sono momenti durante i quali egli pensa che la morte è un male, il peggiore, con la vecchiezza che menoma le potenze vitali delle creature; e pertanto che la vita è un bene vero; che la vita dei giovani, calda, operosa, feconda, dischiusa a tutte le impressioni della natura, confusa nel gran torrente della vita universale, è il bene sommo, il miracolo dell'universo. E non solo il rigore spaventoso del suo destino gli vieta di fermarsi in questi concetti perchè brutalmente interrompe le sue tregue; non solo l'esempio di tanti dolenti lo conferma nella sua tristezza; ma la stessa disposizione della sua mente lo conduce alla negazione assoluta. Forse, attenuate le sue disgrazie, il suo pessimismo non si sarebbe attenuato in proporzione. Avendo cominciato a considerare la miseria del mondo e la vanità delle cose, egli sarebbe arrivato, con minore esperienza del dolore, a conclusioni non molto diverse. Per l'acutezza della sua sensibilità egli doveva naturalmente esprimere un giudizio disperato ad ogni impressione dolorosa; ma egli non era soltanto sensibile, era anche riflessivo. Noi trovammo in lui un potente spirito filosofico, l'attitudine, l'abitudine, il bisogno di procedere dal noto all'ignoto, dal particolare al generale, dal fatto alla legge. Una mente così logica non poteva credere che il dolore del quale egli era vittima fosse un'eccezione, una rarità, una cosa tutta fortuita; se l'uomo, se il poeta gli si ribellavano — come si ribellarono tante volte — il filosofo doveva vedervi un fatto naturale, necessario; e del fatto accertato doveva indagare la cagione, e trovarla in una legge. Il filosofo, vedendo l'uomo penare, doveva guardarsi attorno per considerare se queste pene fossero realmente singolari, se agli altri uomini fossero proprio sconosciute; e osservando la vita e leggendo le storie doveva scoprire che, esacerbato in lui, il dolore è retaggio di ogni uomo. Egli udì i lamenti esalare dagli oppressi petti dei suoi simili, in ogni tempo, in ogni luogo. Intorno a lui egli trovò altrettanti fratelli in tutti i romantici. Classico, seppe che gli antichi erano assuefatti a credere “che le cose fossero cose e non ombre„ e la felicità “possibilissima a conseguire, anzi propria dell'uomo.„ Ma se la visione della vita e del mondo fu un tempo generalmente luminosa e serena, non per questo mancò l'esperienza del dolore. Anche gli antichi sentirono quel che c'è d'incompiuto, di manchevole, d'incerto nel destino umano, e conobbero l'enormità del fato che ci sovrasta, e non furono esenti dalle lacrime; così il Leopardi discoprì nella invidiata serenità dell'ideale pagano le ombre che la velano; e discopertele affermò l'universalità del dolore.
Ecco: “il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì.... Or pensa, se l'immortalità incresce agli Dei, che farebbe agli uomini.... Gl'Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, nè per terra nè per acqua; ricchi d'ogni bene; e specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; potendo, se io non m'inganno, essere immortali, perchè non hanno infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè vizi nè colpe, contuttociò muoion tutti: perchè, in capo a mille anni di vita, o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano.„ Ancora: “Bitone e Cleobi fratelli, un giorno di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella supplicò la dea che rimunerasse la pietà de' figliuoli col maggior bene che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali, come avrebbe potuto, e allora si costumava; fece che l'uno e l'altro pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero istanza ad Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese. La settima notte mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga....„ Se favole simili dimostrano che la morte non è un male, ma il premio più insigne; hanno i filosofi antichi espresso molta fede nella vita? Seneca “non trova contro al timore altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere.„ Il consiglio di Senofonte significa che il godimento dei beni è poco grato se manca la speranza di maggiori beni futuri: “consiglia che avendosi a comperare un terreno, si compri di quelli che sono male coltivati; perchè, dice, un terreno che non è per darti più frutto di quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio....„ Ma questa aspettazione dei beni, questa ricerca della felicità, come è oggi causa dei più amari disinganni, così era giudicata anticamente: secondo Bione boristenite “i più travagliati di tutti sono quelli che cercano le maggiori felicità.„ Bruto giudicò la virtù “una parola nuda„, Teofrasto negò la gloria e disse che la morte sopravviene non appena l'uomo comincia a vivere; gli stoici insegnarono che per ottenere la felicità non c'è altra via che rinunziarla; Virgilio “contro l'uso dei Romani antichi, e massimamente di quelli d'ingegno grande, si professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua natura, anzi che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio, che come bene.„ Ma come enumerare tutti gli antichi dolenti? Tristano, vedendo rifiutata da tutti la sua filosofia dolorosa, crederà che sia di sua propria invenzione: “ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità umana; e chi di loro dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovinezza; ed altri altre cose infinite su questo andare.„ E se Porfirio pensa di uccidersi, non trova forse antichi esempi di uomini che vollero morire “per tedio solamente, e per sazietà dello stato proprio.... quali erano coloro che udito Egesia, filosofo cirenaico, recitare quelle sue lezioni sulla miseria della vita; uscendo dalla scuola andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per soprannome il persuasor di morire?...„
Certamente gli antichi lodarono anche moltissimo la vita; come la lodano anche i moderni: ad ora ad ora il pianto cessa, gli occhi brillano, i canti di gioia riecheggiano; ma che cosa concludere? Che vi sono due leggi, una del dolore, un'altra del piacere? Le leggi particolari sono molte; ma dev'essercene pure una generale, universale, la legge delle leggi, la chiave del mistero. L'appetito di scienza che è in Leopardi filosofo non resta appagato se dalle leggi particolari egli non assorge all'ultima, o alla prima, all'unica certamente dalla quale tutte le altre dipendono. Ma questa verità fondamentale nessun uomo l'ha scoperta, nessun uomo la può scoprire; guardate: se uno s'affanna troppo a cercarla, la scienza moderna lo chiama pazzo, lo giudica affetto da follia metafisica!... Tale è veramente la condizione dell'intelletto umano: che esso, o deve rinunziare a comprendere tutta quanta la verità, o deve appagarsi di una verità non tutta vera. Il Leopardi passa dalla considerazione del proprio dolore a quello degli altri uomini, dei vivi e dei morti; logicamente collega tutti i fatti che lo dimostrano; da filosofo segue “indefessamente con l'occhio dell'intelletto un ordine di verità connesse tra loro a mano a mano„, ed arriva alla legge del dolore universale, necessario, eterno, infinito, inconsolabile. Ma egli pur sente d'avere esagerato. La sua teoria non è equa, come non sono state eque tutte le altre d'invenzione umana; ed egli stesso implicitamente lo riconosce. Filippo Ottonieri “stimava che una buona parte degli uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari, conseguirono questa riputazione in virtù principalmente dell'eccesso di qualche loro qualità sopra le altre. E che uno in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltà far cose degne dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o ai futuri nè grande nè straordinario.„ Un uomo veramente, esattamente equilibrato, che volesse e sapesse tenere conto preciso di tutto, non solo non farebbe cose grandi o straordinarie, ma non ne farebbe neppur piccole, non farebbe niente. Tutti i nostri giudizii sono parziali, partigiani, appassionati, monchi; ma chi si spaventasse di questa necessità dovrebbe continuamente tacere. Poichè il silenzio continuo e la rinunzia totale sono impossibili in qualunque uomo, e più che impossibili, assurdi in un ingegno, in un genio come Giacomo Leopardi, questi formulerà postulati dei quali, mentre l'amor proprio vuole che si riconosca l'esattezza, la ragione denunzia inconsapevolmente l'esagerazione, perciò la falsità. Tutte le volte — e come vedemmo non sono poche — che egli riconosce il nesso tra la sua vita e la sua filosofia, non viene a dire, indirettamente, che la sua filosofia sarebbe diversa se egli avesse avuto un altro destino? E questo nesso che c'è in lui, non c'è in ogni uomo? Quindi tutte le filosofie non sono relative e, per qualche lato, false? Egli che ha fatto tante distinzioni tra uomini ed uomini e che si è tanto lagnato del proprio destino, afferma pure “questa massima riconosciuta da tutti i filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è assolutamente eguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando, tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto, l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto: perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali; e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare è uguale a quella che si fabbrica qualunque altro.„ Ma, come abbiamo visto che lo Chateaubriand non mette nelle sue opere la sentenza disperatissima sulla necessità della morte totale senza speranza di vita futura, così il Leopardi non sviluppa nei suoi scritti il più equo e consolante giudizio: lo esprime soltanto in una lettera alla sorella. Una critica meschina ed arrogante ardisce cogliere in fallo queste grandi anime, e presume di veder meglio di loro e più a dentro. Esse vedono e sanno tutto; ma naturalmente tutti i concetti non sono e non possono essere concordi; e fra i moltissimi bisogna pure scegliere. Il Leopardi ha visto prima che i suoi censori quel che si può e si deve dire contro la sua filosofia disperata; leggete il suo epistolario: vedrete che egli vi appare meno pessimista che non nelle opere. Certo l'esagerazione è biasimevole; ma non è altrettanto necessaria? Ecco: per il suo bisogno di risolvere i formidabili enimmi della vita e della morte lo hanno giudicato infermo di follia metafisica; se egli avesse temperato il suo pessimismo, se avesse dato forza agli argomenti con i quali sente di poterlo combattere, avrebbero provato che in lui c'è anche la follia del dubbio.
Per fortuna questa accusa almeno non gli può esser mossa. Non ostante le contraddizioni inevitabili, egli non dubita. È un appassionato, un operoso ridotto contro sua voglia a discutere, ma inconsolabile per essersi dovuto restringere ai semplici ragionamenti; tutta la forza della sua volontà è concentrata nella sua fede — negativa, ma incrollabile. Nel negare, egli mette lo slancio mistico dei suoi pii antenati. Non che dubitare della sua credenza al rovescio, egli l'afferma vivacemente, e sdegnosamente protesta contro chi ne vuol scemare il valore, riducendola a un effetto dei suoi dolori. E non ha torto: la sua filosofia, se è derivata dall'esperienza, è anche scaturita dalla ragione. Ma un pessimismo soltanto filosofico e speculativo interesserebbe i pensatori, lasciando freddi tutti gli altri. Il pessimismo del Leopardi non è freddo, perchè il filosofo è accompagnato in lui dal poeta; e non è falso, perchè la speculazione è accompagnata dall'esperienza. Il filosofo che nega è anche un uomo che soffre. Perciò egli fu, è e sarà sempre creduto.
Egli fu, è e sarà sempre ammirato perchè ha saputo definire tutti gli aspetti del dolore umano con una forma che eccita il più grande, il più puro, il più raro piacere. — Questo pessimismo suo, quantunque sembri totale e insanabile, ammette un temperamento ed offre un conforto. Egli preferisce la morte alla vita; ma la morte non consola la vita, la distrugge: la consolazione è nell'Arte. Per quella stessa ragione che la gioventù e l'amore sono le sole cose delle quali egli si loderebbe, l'arte è la sua consolazione. Amore e gioventù vivono di amene illusioni, che la vita pur troppo distrugge: l'arte crea tutto un mondo ideale contro il quale la realtà non può nulla: in mezzo alle peggiori disgrazie, tra i disinganni più atroci, l'artista può rifugiarvisi. Ed egli vi si rifugia. La sua gioventù è finita prima di cominciare; nessuna donna lo ha amato; i mali lo assediano; ma il suo pensiero vive ed opera ad ora ad ora, e l'arte gli concede tutte le sue grazie. Essa è per lui divina. Giudicata “inevitabile„ l'umana infelicità, egli trova un conforto negli “studi del bello.„ Se la vita degli uomini è tutto un ozio perchè tutto è vanità, l'arte, che pare esercitarsi intorno a cose vane, è invece la sola attività utile, perchè essa sola compensa la tristezza della realtà con la letizia delle fantasie. Questo è un invertimento del giudizio comune: che importa, se l'infelice ottiene per esso un sollievo e si riconcilia con la vita e quasi benedice quella natura che aveva già maledetta?