Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa
Negletta giace, e sua viltà non sente;
Fin sopra il capo entro a Lete sommersa.
E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi, ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della nazione, è infimo e nullo.
Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata, liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio, perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa, non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi, bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„ Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito, in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non meno gravi pene.
Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere, combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto, che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante
che il fato
A viver non dannò fra tanto orrore;
Che non vedesti in braccio
L'itala moglie a barbaro soldato;