Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini “animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„

Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„, scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere; la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire: In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„

Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più. “Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che, da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere non sarebbero mancate.

Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio?

aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma? Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello: “Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli; il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione; l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo. Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„ Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata: “Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„

Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del “natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa; dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro, sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia. Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato “dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli uomini sono come partout ailleurs; e quello che mi fa rabbia è, che tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„, e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„: e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto, il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna: “Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma: “La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile, stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„; egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„

Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario, le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati; resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude

Tale d'Italia è la primaria gente;

Smembrata tutta, e d'indole diversa;

Sol concludendo appieno in non far niente.