Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi: “Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato, certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„ Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone: “La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18, un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo la salute e l'amore — e anche prima dell'amore a giudizio di molti, — è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne soffra egli stesso.

Perchè, infatti, tornato a Recanati e ricaduto nella soggezione antica, e costretto a farsi mandare ad altri indirizzi lettere e stampe se vuole evitare che glie le leggano, e disperato al punto di pensare a gettarsi alla ventura pur di ritrovarsi libero; egli accetta la proposta del libraio Stella che lo chiama a Milano e gli paga il viaggio e lo alloggia in casa propria. Il giovane vi si sente incatenato e “in certa maniera ridotto all'obbligazione di servirlo„; tosto si propone di fare “ogni sforzo per trarre dalla mia debole e sciocca natura il vigor necessario a svilupparmi da questi lacci.„ Da lontano l'anima pacificata ripensa le dolcezze pur tanto grandi del tetto domestico: ricevendo lettere del padre gli pare di trovarsi in mezzo alla sua famiglia, “l'amore verso la quale è anche accresciuto in me dalla lontananza„; ed al fratello Carlo scrive da Bologna, dove dà lezioni per non esser di peso alla famiglia, che è per lui “un giubilo e un palpito„ l'aprire lettere di casa; e alla sorella Paolina, che la consolazione provata vedendo i caratteri della madre “è stata tanta che quasi dubitava di travedere„; e al fratello Pierfrancesco, che baci la mano al babbo e alla mamma per lui “tante volte, finattanto che non vi diranno, basta.„ Ma, come l'altra volta, anche ora Monaldo trova modo di pesare sul figlio lontano. Già egli comincia col rendere lode “grandissima„ a Dio, perchè Milano non è piaciuta al giovane quanto egli “temeva.„ Se Giacomo, per godere di un Benefizio, vorrebbe esser dispensato dall'obbligo dell'abito talare e della tonsura, il padre che gli ha voluto “gettar sul muso„ la prelatura, che ha rinunziato a malincuore all'idea di vederlo abbracciare lo stato ecclesiastico, gli sta addietro per dimostrargli il suo torto. “Non vedo quale ripugnanza possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio, poco importa, il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii, o piuttosto colla malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età, la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al disopra di queste umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle lettere, piuttosto che di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli studi, le lettere e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e a venerare la Chiesa, e a disprezzare e a combattere i suoi palesi e nascosti inimici?„ Ma questo paladino della religione, questo nuovo banditor di crociate, è poi partigiano del Turco, e pone in ridicolo la simpatia del figlio per la causa greca, considerando i Greci non tanto come cristiani che combattono per la fede, quanto come sudditi ribelli che vogliono una libera patria. “Avrete letto nei fogli, come le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento singolare che la somma legge dell'umanità imponga di soverchiare il Turco, quando forse ha più ragione di noi....„ E se un Recanatese va a combattere e a morire per la croce contro la mezzaluna, così egli ne dà conto al figlio: “Anche Recanati ha pagato il suo tributo di follia alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio, lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna e andò a fare il ciccobimbo in qualità di brigante volontario. Ebbe in guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta; ma alli 23 di maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo uccise sul campo.„ Il figlio gli dà ragione quanto al fatto, adducendo un argomento che ha già manifestato nei suoi versi, cioè disapprovando che Italiani vadano a morire per causa non propria; ma che effetto gli devono aver prodotto le derisioni dell'amor patrio che infiamma gli Elleni, se egli aveva già abbozzato un inno alla Grecia, se aveva già detto di riguardare i poveri Greci come fratelli, se si era quasi scusato di non aver parlato abbastanza a favor loro in un suo articolo, “considerata la impossibilità in cui siamo di parlare liberamente?„ Per reverenza al padre egli non replica alle parole irriverenti; ma che credito può ora accordare alla fede cristiana della quale il padre fa sfoggio? Come può udirne le esortazioni? Egli vede ancora questo padre, quest'uomo, questo derisore di eroi, tremar poi dinanzi alle gonne della moglie. Quando pensa con la sua testa, Monaldo dispiace al figlio per l'ostinata e l'ostentata predicazione di idee che questi non può far sue, anche perchè le vede discordi; quando poi il padre vorrebbe accontentarlo, allora la paura della moglie lo impaccia. Non volendo Giacomo vestir l'abito clericale, si potrebbe pure ottenere il godimento temporaneo del Benefizio; ma il padre gli scrive: “Bisogna maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore e il molto giudizio di mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma crede che le vostre lettere siano una miniera d'oro, la quale vi rende inutile qualunque altro sussidio.„ Allora, come i figli hanno convenuto tra loro di scriversi sotto finti nomi per sottrarre le loro lettere agli sguardi del padre, così anche il padre suggerisce a Giacomo di servirsi di indirizzi convenzionali per isfuggire al vigile sguardo della moglie.

Ma ben tosto il primo, il costante, l'inflessibile pensiero di Monaldo torna ad angustiare il giovane: bisogna che egli torni a seppellirsi a Recanati. “Io le protesto e giuro,„ risponde Giacomo, “che non ho desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua, e in seno della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì.... per vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.„ Se il padre gli scrive dicendogli tutto il bene che gli vuole, egli risponde con proteste d'affetto continue: “Io per la parte mia posso giurarle che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara famiglia; non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei a loro se la perdessi.„ Tornato ancora una volta a Recanati, sente la sua vita finita; ma pure riconosce che, se il padre non vuole, non potrebbe neanche volendo mantenerlo fuori; e per vivere del suo fuori di casa egli dovrebbe lavorar molto; e lavorar molto, nelle condizioni della sua salute, non potrà più mai. Allora il suo amico Tommasini, conoscendo che Recanati è per il poveretto la morte, gli offre la propria casa, a Parma; più tardi lo invita Pietro Colletta, a Livorno; ma l'anima altera non si può piegare a questa specie di servitù. Preferisce soffrire; e poichè gli amici sanno che le sue sofferenze sono veramente insopportabili, tornano a proporgli di venirsene da loro: il Colletta reitera l'invito, la moglie del Tommasini ripete con più premurosa insistenza la preghiera del marito. Tutti si accorgono della necessità di fare qualche cosa per l'infelice, tranne che il padre e la madre. Giacomo è costretto da ultimo ad accettare l'elemosina di ignoti ammiratori toscani, che per iniziativa del Colletta contribuiscono a costituirgli una piccola pensione perchè possa vivere a Firenze e attendere ai lavori letterarii. Ma quando, lontano dal padre, egli pubblica il suo nuovo libro, le Operette morali, Monaldo trova ancora nei suoi pregiudizii di che amareggiarlo con critiche, con paure, con scrupoli, con esortazioni a correggersi, quando l'infelice è moribondo, quando non può scrivere una riga senza sudor di sangue. “Io le giuro,„ risponde il giovane difendendo l'opera propria, “che l'intenzione mia fu di far poesia in prosa, come s'usa oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti, ecc. E l'assicuro che così il libro è stato inteso generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino, ecc., mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i luoghi ch'ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe fisicamente possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una dichiarazione di protesta che pubblicassi, creda all'esperienza che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e quel che vi fosse di pericoloso nel libro, non ne diverrebbe che più ricercato, più osservato e più nocivo.„ Ed anche non volendo, Monaldo è destinato a fargli male. Quando egli pubblica i suoi Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831, dove inveisce contro il liberalismo e i liberali, e sostiene che la Francia dev'essere smembrata e che i Turchi hanno ragione contro i Greci, e deride con espressioni triviali le nuove idee politiche e filosofiche; tutti credono che l'autore ne sia Giacomo, e si rallegrano o ridono della sua conversione; tanto generalmente l'opera di Monaldo è attribuita al figlio, che questi è costretto a pubblicare una dichiarazione di semplice protesta, dove non c'è una parola che suoni biasimo all'opera del padre, quantunque egli la detesti; e perchè il padre se ne duole, egli è costretto a giustificarsi, a dire che ha pubblicato la dichiarazione “per non usurpare ciò che è dovuto ad altri, e perchè non voglio nè debbo soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti, ecc., ecc. Io non sono stato mai nè irreligioso, ne rivoluzionario di fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli che si professano nei Dialoghetti, e ch'io rispetto in lei, ed in chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io dichiarassi di non aver punto mutato opinioni.„ Monaldo, da canto suo, scrive e stampa articoli contro i giovani che disconoscono l'autorità paterna, e ride dell'Antologia dove il figlio ha stampato un saggio dei suoi proprii Dialoghi....

Intanto le difficoltà finanziarie, finita la pensione degli amici di Toscana, tornano ad opprimere il giovane; e il ritorno a Recanati lo impaura più della morte; e il padre non vuole e non può aiutarlo. Come rivolgersi a lui? Pure, mancando ogni altro mezzo, egli lo prega in questi termini: “Io credo ch'ella sia persuasa degli estremi sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di procurarmi i mezzi di sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa per lo Stella, al detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare (e per più di un anno neanche parlare) non mi perdetti di coraggio, e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto, aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità straordinaria dei tempi non fosse venuta a congiurare colle altre difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle imprese nuove. Di Francia, Germania, Olanda, dove io aveva mandata una gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto, non ricevo, invece di danari, che articoli di giornali, biografie e traduzioni. Mi trovo dunque, com'ella può ben pensare, senza i mezzi di andare innanzi. Se mai persona desiderò la morte così sinceramente e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio delle mie parole. Egli sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io non le avrei mai fatto questo discorso; perchè la vita in qualunque luogo mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio d'esaudirmi, io tornerei costì a finire i miei giorni, se il vivere in Recanati, sopra tutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi, non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità (della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor lei) mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore ch'io provo stando lontano da lei, dalla mamma e dai fratelli, io sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie impedirmelo; ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il mio partito è preso, e spero che ella mi perdonerà se le mie forze e il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile a tollerarsi. Non so se le circostanze della famiglia permetteranno a lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla da Dio.... Se le circostanze, mio caro papà, non le consentiranno di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla. Io mi appiglierò ad un altro partito, e forse a questo avrei dovuto appigliarmi senza altrimenti annoiar lei con questo discorso: ma come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non è verisimile che in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che ella avesse a fare un rimprovero alla mia memoria, dell'averlo abbracciato senza prima confidarmi con lei sopra le cose che le ho esposte. Del rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a lei, e dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso, e da ogni lieta speranza nel voler vivere fuori di costà, che ho perfino desiderato, ed ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale, precisa e rigorosa necessità di morir di fame. Scusi, mio caro papà, questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda le riesce eccessiva, importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun caso. In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di adoperarmi come per lo passato, con tutte le mie forze, per procurarmi il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le somministrazioni che ora le chiedo. Mi benedica, mio caro papà, e preghi Dio per me....„

L'uomo che supplica in questo modo ha trentaquattro anni, ed è uno dei più grandi del suo tempo; e con un nome illustre, con un ingegno strapotente, come ha dovuto accettare l'elemosina dei Toscani, così vive in parte degli aiuti del Ranieri, quando, ottenuto finalmente il povero soccorso paterno, non è in grado di sopperire con questo ai bisogni della sua vita stremata. E se, per il divisato e non potuto effettuare ritorno in famiglia, è costretto a trarre una cambialetta di 40 ducati, se ne deve scusare in termini di supplicazione; e deve ringraziare il padre e la madre della “carità„ che gli hanno fatta. Se essi non fanno di più perchè non possono, la colpa non è loro; ma la loro colpa inescusabile è di non comprendere ancora, come non hanno compreso mai, la condizione del figlio, la gravità dei suoi mali fisici e morali. “Il tuono delle sue lettere alquanto secco,„ scrive questi al padre sei mesi prima di morire, “è giustissimo in chi fatalmente non può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a voce. Ella crede certo ch'io abbia passato fra le rose questi sette anni ch'io ho passato tra i giunchi marini....„ E in mano di questo amico al quale non può dettare tutto l'intimo pensiero suo; del quale sente, nonostante la fratellanza di sette anni, di doversi guardare; in mano di questo amico egli muore diciotto giorni dopo avergli fatto scrivere al padre lontano, che non una volta ha pensato di andarlo a raggiungere: “I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere; spero che superata finalmente la piccola resistenza che oppone il moribondo mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo, che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio teneramente lei e la mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi a Dio, acciocchè, dopo ch'io li avrò riveduti, una buona e pronta morte ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti.„

E dopo che il grande infelice è morto, credete voi che il padre s'acqueti? Udite che cosa scrive Paolina all'amica Brighenti: “Di Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai tutto quello che di lui ne veniva fatto di sapere, come di quello che non combinava punto col pensare di papà e colle sue idee. Pertanto, non abbiam fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere, e quando le abbiam comprate, le abbiamo tenute nascoste e le teniamo ancora.... Preghiamo Iddio che non vengano quei volumi nelle mani dei miei genitori; essi ne morrebbero di dolore!...„ Monaldo disereda il figlio Carlo perchè ha sposato, contrariamente alla sua volontà, la cugina Mazzagalli; nel suo testamento egli nomina Giacomo, l'eterna gloria della sua casa, solo perchè si celebrino dieci messe per il riposo dell'anima sua; mentre lungamente ricorda l'altro figlio Luigi, “morto con tutti i segni del predestinato.„ E quando, morto anche Monaldo, la vedova riceve un giorno uno dei visitatori che traggono a Recanati come in pellegrinaggio, e l'ode riverire in lei la madre del grande poeta, ella non sa rispondere altro che: “Dio gli perdoni....„

IV. LA PATRIA.

La città dove siamo nati e dove viviamo, la terra dove si parla il nostro proprio linguaggio, sono come la continuazione della casa: da esse ci possono venire motivi di somma consolazione come di grave dolore. Se Giacomo Leopardi non fu felice nella famiglia, ebbe almeno ragione di compiacersi della patria? Per colmo di sciagura egli nacque in tempi sciagurati e in un paese infelice.

In un borgo, in un villaggio, se mancano troppe cose al vivere civile, i costumi sono semplici, la vita è tranquilla, la libertà grande. Ma Recanati è tanto popolosa ed ha tali tradizioni storiche da non poter essere confusa tra i villaggi. In una città vasta ed animata, se vi è troppo tumulto, vi sono pure spettacoli stupendi; se l'individuo è costretto ad osservare troppe norme perchè troppo estesa è la società circostante, tanto più facilmente egli può trovare in mezzo alla varia moltitudine chi lo comprenda e gli giovi. Ma Recanati non è una grande città. È città piccola; ciò significa il luogo meno adatto a un ingegno avido di vedere e di sapere, cupido di impressioni potenti e nuove: vi mancano egualmente, come il Leopardi stesso dice, “e i diletti della società civile, e i vantaggi della vita solitaria„. Pietro Giordani così ne parla: “Recanati, piccola terra, che il papa chiama città, vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d'ignobili superstizioni.... Ivi tutti i mali d'Italia, e niuna consolazione.„

Il pensiero degli uomini è in certo modo proporzionato ai luoghi dove essi vivono: dentro un orizzonte angusto le idee sono piccole; le idee grandi e nobili derivano dalle impressioni suscitate dalle cose nobili e grandi. Le rivoluzioni, i tentativi di migliorare la condizione umana, si compiono nelle metropoli; la provincia è più ligia alle tradizioni, più avversa alle novità. Se i grandi ingegni sono ammirati da chi è capace d'intenderli, sono invece derisi dal volgo, al quale per la loro singolarità non possono uniformarsi: e nella provincia, perchè è più volgare, la singolarità dell'ingegno pare anche maggiore. “Ella non conoscerà Recanati„, scrive il Leopardi al Brighenti, “ma saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia. Ora, per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più incolta e morta di tutta la Marca, e fuor di qui non s'ha idea della vita che vi si mena.„ Lassù “l'ingegno non si conta fra i doni della natura„. Chi comprenderà gli studii linguistici dello straordinario giovanetto? “Quanto agli amatori della buona lingua, se di questa io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche brava lingua di porco.„ Troverà egli qualcuno col quale ragionare delle cose che gli stanno a cuore? “In Recanati non andando d'accordo nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimo mi lascio spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir bocca.„ Di quale considerazione godrà? Come in famiglia, così in tutta la città lo trattano da “vero e pretto ragazzo, e i più aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, d'eremita e che so io.„ Tanto egli è disconosciuto, che non crede d'incontrare veri odii o inimicizie, “perchè questi si esercitano cogli uguali e nessuno vorrà degnarsi di credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo da tutti quelli che tratto e vedo„. Dice anche: “Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare.„ Esagera? I suoi nervi troppo tesi gli fanno giudicare così? No; è la verità. I nobili oziosi ed ignoranti lo dileggiano per l'ingegno e la cultura; un giorno, perchè egli tenta di replicare a uno di loro, è da costui percosso sul viso con un frustino. La plebe ride della deformità del suo corpo: talvolta, se egli esce a prendere una boccata d'aria, è costretto a tornarsene in casa dagl'insulti della canaglia; i monelli si divertono a tirar sassi o pallottole di neve sulla schiena al “gobbo de Leopardi„. E i preti lo giudicano empio per le sue massime; perchè, onorando i genitori, non intende esserne schiavo.