Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno “una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni, Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè, simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra, ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui.

Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità, l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità, con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione, la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il Genio del Cristianesimo del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano, e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di Giacomo: ella non ha riso “mai appunto perchè non mi sono contentata di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare....„

Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre, quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente. “Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„ Costoro sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„ Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni, dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo inutilmente, allora morii — ora mi pare di esser divenuta cadavere, e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di sensazioni di qualunque sorta.„

Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami, ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare, non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui, domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando) per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile, l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate, e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi tutti hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche.... Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.„

Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura, hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato. “Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza, io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini. Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio, non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni? crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso, mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo.

Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente. Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani, col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia, fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere, lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„ La canzone All'Italia e quella Sul monumento di Dante hanno valso infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„, per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa di tre nuove canzoni: Ad Angelo Mai, Per donna malata e Sullo strazio d'una giovane; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la canzone All'Italia non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore. Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e, per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza, stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca, e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre, e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„ Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione è incapace.

Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi, sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo, non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe; allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte; del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare. E quanto all'illuminazione, li ringrazio cordialmente: quanto alla sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza, comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze, ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del destino.„

E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che mi concede di stampare le mie canzoni. Ma le due di Roma non vuole che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima. Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che negli scritti miei prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste, per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito. “Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica contro la canzone Sullo strazio di una donna, biasima che tratti di un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il Werther di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore: “Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il delitto, ma vuole che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„

Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui. Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„ Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo; e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo, e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario. Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita, sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno; ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima, non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento, giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi; ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de' nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema “di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici. Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa, ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione, se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si piegherà a sopportarlo.

Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„