Sua madre fu giudicata — e nessuno ha interposto appello al giudizio — donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina: “Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità.... uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„
Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo affetto “sincero„, sottolineando la parola certo perchè dubita della sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo, moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno?
Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà, obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni, e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici, si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine. Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non dovrebbero essi accordarsi?
L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio, egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile, che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia. Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra. La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi, indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero “guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„ Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore, ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„
Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza, di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità “sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii, dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto, adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre? Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta? Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi?
La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore. Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„; immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto: “I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge dalla casa paterna; il suo Adolfo attribuisce la propria malinconia all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul punto di uccidersi.
Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux:
Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux,
aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia; nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna è quello biblico: Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a pueritia illorum. Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare il primo degli ordini minori. Ne des illi potestatem in iuventute, et ne despicias cogitatus illius: mai, “letteralmente mai„, egli lo lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta, e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio? Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del voi, quando lo ha educato a dargli del lei; quando per rispetto ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di confidente abbandono!
Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi, si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute, di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici, lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo, vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha “un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace. E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli sia men dotto, ma sia di suo padre.„ Sottolinea egli stesso. Egli pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi? non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„