A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti, “in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza? Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle istituzioni sociali.„
Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente. Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia. “Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente), noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza. Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene cara soprammodo la sua.„
E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono, secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti) disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„
Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c... chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„
E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè: “Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce un'edizione fiorentina dei Canti, per “irreligiosità e principii antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni nuove e della Comparazione delle sentenze di Teofrasto e di Bruto: se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'Antologia, un saggio delle Operette morali, per vedere se anche queste saranno trattenute in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria, nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere, “colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato Canti di Giacomo Leopardi.„
V. LA GLORIA.
In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di questa attività: la gloria?
Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio.„
Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua Dissertazione intorno agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia, che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti, a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori, quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli che procura la fama.
Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati, da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo chiamano poeta con intonazione di scherno; dall'altra poco e male egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto dell'Eneide, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso, si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma, primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte, non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età, facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche, delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo (dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„