Fortunato mi tengo....

Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe:

Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte

Ingenerò la sorte.

Cose quaggiù più belle

Altre il mondo non ha, non han le stelle.

È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più grave

quando tutto avvolge

La formidabil possa,

E fulmina nel cor l'invitta cura;