E più tenui le membra, essa la mente

Men capace e men forte anco riceve.

Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio, “che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue, piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che le donne in fatti non sieno angeli.„

L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che, sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè, rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio?

Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria? Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti, tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti. Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto, comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„ Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti, sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema “eguale o superiore di pregio intrinseco all'Iliade, letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„

La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale, mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle, in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi maturarli.„

Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato. Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa, specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore, migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro, altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà — dopo morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire!

II. LA MISANTROPIA.

Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo, nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana? Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo; confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento, più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovinezza e generalmente della vita.„

Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„