Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle donne, del mondo e della natura?
Già del fato mortale a me bastante
E conforto e vendetta è che sull'erba
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando, quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore, ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente. “L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto: “Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„
E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi. Tutti non si lodano “del fortunato secolo in cui siamo„ per i progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine, “non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire, trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del Cortegiano, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze, si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà scritto il nome del premiato col titolo: Inventore delle donne fedeli e della felicità coniugale.„
Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali, ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente; non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ Primo verificatore delle favole antiche sarà il motto inciso sopra una faccia della medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole dell'egloga virgiliana: Quo ferrea primum desinet ac toto surget gens aurea mundo saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà “un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„
Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato. Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi, il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii. “Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?„ — “No in verità, illustrissimo.„ — “E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?„ — “Cotesto si sa.„ — “Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?„ — “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ — “Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ — “Cotesto non vorrei.„ — “Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del principe, o di chi altro?...„
Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa, e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto, prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato, figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica, che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„ Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel loro comune erario....„