E non la notte moribondo appello;

Non te dell'atra morte ultimo raggio

Conscia futura età....

.... A me d'intorno

Le penne il bruno augello avido roti;

Prema la fera, e il nembo

Tratti l'ignota spoglia;

E l'aura il nome e la memoria accoglia.

Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono, accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„ il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata, non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„

L'IRONIA.