— Lauretta, a teatro!... andremo a teatro!... C'è il palco: fila seconda, numero nove... Gioia, verrai anche te!... vedrai che bellezza!

Si stringeva al petto la sorellina, le stampava dei baci fragorosi sulle guancie, ed esclamava, tutta sola, saltarellando:

— Fila seconda, numero nove!... Fila seconda, numero nove! — Poi correva dalla mamma, le chiedeva: — Quale veste metterò?... La bianca o la celeste?... La bianca è un po' antica, ma non mi sta meglio?... Eh, cosa ne dici?... Proviamo?

Tutto il giorno, il pensiero di quello svago le impedì di far nulla, di star ferma due minuti di seguito; andata fuori con Miss, non aveva occhi che pei cartelloni annunzianti lo spettacolo; ma quando rincasarono e chiese alla mamma se aveva preparato il suo abito, il nonno, che era lì, rispose brusco, con una voce che non gli conosceva ancora:

— Andate via, non si va a nessun posto.

Ella lo guardò un poco, corrugando le sopracciglia, battendo un piede; e appena fuori di quella camera, si cavò il cappello, lo buttò per terra, si mise a strappare la veste, pallida e muta. Stefana, accorsa, tentava di calmarla; ella gridava, coi denti stretti, respingendola bruscamente:

— Va' via, sai!... va' via...

— Tua madre, Teresa!... non le dare un altro dispiacere...

— Esci, ti dico!...

E andò a chiudersi nella sua cameretta. Stefana la seguiva, picchiava all'uscio, insistendo: