I giorni del puerperio passarono rapidamente, pieni di visite, di congratulazioni, della gioia sempre nuova di sentirsi allato la piccola creatura, della sensazione voluttuosa di un ritorno alla salute, del sapore che la vita cominciava a riprendere. Si era ostinata ad allattare la creaturina; però essa non si nutriva, diveniva inquieta, e Guglielmo, sostenuto dal dottore, l'assediava a tutti i momenti:

— È una pazzia!... Bisogna prendere una nutrice, il bambino deperisce a vista d'occhio!... Soffri tu stessa...

Finì per cedere, a malincuore. Le pareva che la sua sofferenza sarebbe stata santa, che il conforto d'un dovere compiuto l'avrebbe compensata a dismisura. Ma la salute del piccolino era a patto della sua rinunzia. Dinanzi allo specchio, la prima volta che lasciò il letto, rimase lungamente a guardarsi, passandosi una mano sulle tempie, trovando che non era molto imbruttita, che il pallore diffuso sul suo viso le stava bene.

Pel nome da mettere al bambino c'erano state lunghe discussioni. Se avesse avuta la figlia che ella desiderava, l'avrebbero chiamata Costanza, come la moglie di Enrico VI, l'ultima d'Altavilla che cinse la corona regale; ma aspettando e quasi pretendendo un maschio, Guglielmo s'era ostinato a volerlo chiamare Drogone, il solo nome di famiglia che s'era perduto nel corso dei secoli. Ella non aveva voluto acconsentire, parendole troppo curioso: Drogone, Dragone!... Le sue preferenze erano per Tancredi, lo zio marchese aveva proposto Ruggero, ma tutti s'erano finalmente accordati sopra Roberto. Per la festa del battesimo arrivò il nonno da Milazzo; la cerimonia venne celebrata in casa, dinanzi a un altare improvvisato, tutto risplendente di ceri, tutto odoroso di fiori, tra una folla di parenti, di amici, di conoscenze. Dei bambini e delle bambine, intorno al gruppo formato dal prete, dal piccolo chierico, dalla levatrice e dai compari, reggevano delle grosse torcie, serii, impettiti, cogli occhi sgranati dinanzi al nuovo spettacolo; e lacrime di commozione le rigavano le guancie, a quella vista, nell'udire le sacre parole, nel baciare in fronte la sua creatura divenuta cristiana...

A poco a poco, finì di rimettersi, le rose della salute le fiorivano in viso; però il suo corpo s'era sformato, aveva preso delle pieghe indelebili. Una tristezza sottile la penetrava: ripensava al suo passato di fanciulla come a quello di una morta. I sorrisi di Bébé la riconfortavano: ella sarebbe vissuta tutta per lui. Aveva ripreso a ricevere, a rivedere le amiche: il matrimonio di Bice Emanuele col barone Ragalna si compiva giusto in quei giorni. Che brutto uomo! che maniere goffe! E pensare che quella sua compagna aveva sdegnato tutti i corteggiamenti dei giovani più graziosi ed amabili, non trovandoli abbastanza rispondenti al suo ideale!... Che sorprese riserbava la vita!... Adesso, nelle conversazioni mondane, da certe allusioni, da qualche reticenza, ella s'accorgeva che la voce riferita da Sampieri intorno a Giulia Víscari si faceva strada, che le davano Toscano per amante. L'amica era come prima gaia e spensierata: a seguirla in tutti gli atti della sua vita non si poteva comprendere se le allusioni della gente fossero fondate o no. Ed ella passava lunghe ore pensando a quel mistero, con un'avida curiosità di penetrarlo. Se era vero quel che si mormorava, voleva dire che Giulia aveva fatto un calcolo sposando un altro, aspettando di tradirlo — e qual fede, dopo questo, poteva avere in lei il suo amante? Ma non era anch'egli un uomo leggiero, incapace d'un vero sentimento?... A momenti, li invidiava imaginando le secrete felicità che dovevano gustare; più tardi, vedeva nella loro condotta la negazione d'ogni poesia. Ma se era stata invece una fatalità che li aveva rimessi in presenza l'uno dell'altra?... E quelle imaginazioni la stordivano.

Venivano in casa sua molti uomini, dei giovanotti eleganti; per difendersi dalle tentazioni ella metteva fra loro e sè stessa il suo bambino, come un'egida, come un baluardo. Però un bisogno di carezze la spingeva verso suo marito — ed egli tornava ad esser freddo con lei. Era pazzo pel figliuolo, restava lunghe ore a giuocare con lui, lasciandosi strappare i capelli, facendolo ballare, buttandosi per terra, ridiventando bambino; ma poi, consegnatolo alla balia, si vestiva, andava via e non tornava che all'ora del desinare.

Ella gli leggeva in viso nuovi tradimenti, nuove tresche; però non si ribellava più come un tempo. Comprendeva che oramai tutto era inutile, che bisognava lasciarlo fare, rassegnarsi a non contar su di lui. Crescendo, Bébé si faceva irrequieto, aveva delle smanie nervose durante le quali si dibatteva e gridava, ostinatamente, ferocemente, senza che nulla valesse a calmarlo. Quelle strida finivano per irritarla, per darle quasi la voglia di picchiarlo. E doveva anche sentire suo marito che incolpava lei, perchè non sapeva prenderlo con le buone. Poi si rimproverava d'essere una cattiva madre, tornava vicino al figliuoletto, sopportando pazientemente le sue bizze, il suo pianto, la sua rabbia.

Erano andati ancora in campagna: Sampieri non c'era più. Ella passava il suo tempo leggendo, divorando romanzi sopra romanzi, d'ogni genere e d'ogni dimensione, fino a stordirsi, fino ad ubbriacarsi. Questa volta la vita dei campi la seccava, le goffaggini dei contadini non la facevano più ridere. Pensava all'inverno, alle feste dove sarebbe andata, alle tolette che avrebbe portate; e appena tornata a Palermo andò a trovare Giulia Víscari, per prendere i suoi consigli.

Al portone, fecero qualche difficoltà prima di lasciarla passare, come se per lei l'amica non fosse sempre in casa.

— Sei visibile? — disse, entrando nel boudoir mezzo buio. — Si può aver l'onore e il piacere?...