— Eccellenza, un maschio!... è un maschio!...

E subito dopo Guglielmo entrò, pallido, ancora tremante dall'emozione.

— Teresa!... Come stai?... Hai sofferto?

Ella fece un gesto vago, col braccio fuori delle lenzuola, per dire: «Tanto!...»

— È un maschio, sai?... Io non mi son fidato di vederti soffrire... Portatelo qui...

E la baciò in viso.

Intorno alla zia, che entrava col neonato in braccio, la levatrice, Stefana, le donne di servizio, facevano un gruppo estatico. Ella vide il suo bambino, paonazzo in viso, cogli occhi socchiusi, e la prima impressione fu un rinnovamento della sofferenza che le era costato. Guglielmo lo tolse alla zia e glie l'appressò.

— Guarda com'è grande e sano!

— Sono dunque buona a qualche cosa? — disse lei, con un debole sorriso.

E come si sentiva adesso al fianco la piccola creatura, il corpicino fragile e tiepido, vivo frutto delle sue viscere, il ricordo dei tormenti sofferti si disperdeva, si dissipava, nel dilagamento di una tenerezza orgogliosa, di una gioia superba. Un rammarico secreto però l'offuscava: ella pensava alla figlia che aveva aspettato, sentiva quasi il dolore di averla perduta...