Ella tentava di articolare una sillaba che si perdeva nel brivido sibilante dei singhiozzi; e scuoteva il capo, sconsolatamente, come per dire che tutto, che tutto era inutile. Ora la mamma, sedutasi, l'adagiava sulle sue ginocchia, la stringeva al seno, la cullava, mormorando parole di conforto, interrotte da carezze e da baci; e a poco a poco la tempesta si sedava, le lacrime cessavano di scorrere, i singhiozzi si facevano più rari, si mutavano in grossi sospiri.
— Non più, adesso.... Figlia mia, figlia mia cara! Aspetta, asciùgati gli occhi.... Bambina mia bizzosa! Tu non farai più questo, un'altra volta, non è vero? — ella, con un moto del capo, assentiva. — Vedi come indovino? come conosco quel che hai nel tuo cuoricino?... Adesso, dimmi che mi vuoi bene...
— Tanto, mamma!...
— Quanto mi vuoi bene?
Ella cercava un poco; poi, alzati gli occhi:
— Quanto il cielo.
— Cara!... Cara!... Adesso andiamo dal nonno; vieni a domandargli perdono....
Ella doveva aver fatto molto dispiacere ai parenti, perchè, anche dopo la pace, la mamma continuava a piangere; e il nonno andava di su e di giù per la casa, borbottando cose che non si capivano, poi tornava a chiudersi in camera con sua figlia; e il babbo non si vedeva, nè quel giorno nè il domani.
— O il babbo dov'è?
Non le rispondevano; solo Stefana le disse, una sera: