Era sorta una lite, provocata dai creditori di Ragusa, l'antico proprietario del Gelso. Sostenevano che costui li aveva frodati, vendendo quel feudo quando, pei suoi tanti debiti, non poteva più considerarsene come padrone. Si parlava di rivendica in danno, di azione pauliana, pioveva della carta bollata e Guglielmo ne spiegazzava dei fogli:

— Guarda in quali impicci mi mette!... Questa è la tua famosa dote!... M'ha venduto la pelle dell'orso, capisci?... Una causa sulle spalle!...

— È forse colpa mia?... Che cosa posso farci? che ne so?... Perchè te la prendi con me?

— Già, è lo stesso che dire al muro!... Hai la testa ai nastri, agli svolazzi: queste son le cose di cui t'intendi!...

E come più l'affare minacciava di complicarsi, più se la prendeva contro di lei.

— Hai visto, eh?... Senti quel che dice l'avvocato? Una causa che durerà degli anni!... Capisci in che imbrogli mi cacciano?...

— Ma Guglielmo — protestava allora — perchè affliggi me, adesso?

Egli si traeva indietro, turandosi la bocca, affettando di prodigar delle scuse:

— Perdono, sai!... Scusa!... Non lo farò più!... La colpa è tutta mia!...

Poi riprendeva: