— Vedi tua sorella? — dicevano a lei.

— La vedo, sì... ma che posso farci?... Io sono a un'altra maniera!...

Per questo non era gelosa degli elogi che tutti prodigavano a Laura, anzi riconosceva per la prima che li meritava. Però, talvolta, se la sorellina per eccesso di zelo faceva andare a monte un divertimento già stabilito; se, alla proposta di uno svago, rispondeva che per conto suo preferiva restare in casa, lei entrava in una sorda irritazione, e a voce bassa, concitata, la colmava per tutto un giorno di male parole:

— Sgobbona! Mummia!... Ti dispiace veder divertirsi gli altri?... Cosa vuoi diventare, una dottoressa?... Bestia! sgobbona!...

Addirittura malvagia, certe altre volte la canzonava per le sue infermità, chiedendole se le nocciole le erano rimaste in gola quando le vedeva il collo gonfio, o paragonandola ad un mantice se l'udiva tossire. La collera finiva in grandi scoppii di pianto; inginocchiata dinanzi alla sorella, le chiedeva un perdono che le era subito accordato, le prodigava tutte le sue carezze, voleva essere la sua infermiera, la sua protettrice — come le diceva la mamma.

Poi quei propositi svanivano, se si parlava d'una scampagnata, d'una gita in barca, d'un divertimento del quale la sorellina non poteva prender la sua parte. Il nonno le rimproverava il suo egoismo, non voleva lasciarla andar sola; allora la mamma intercedeva per lei; bastava che gli dicesse una sola parola per ottenerle tutto. Se anche gli avesse detto di buttarsi dal Castello, lui si sarebbe buttato. Era matto per quella figliuola; bisognava vederlo quando la sua malattia s'aggravava: tutto il giorno accanto a lei, a curarla, a cercare di svagarla, raccontando delle storie, leggendole dei libri, facendole vedere le figure dei vecchi giornali illustrati.

Dai discorsi che Stefana le teneva, tra una fiaba e l'altra, quando aspettava di vederla addormentata, lei aveva capito che quella malattia era una malattia prodotta dai dispiaceri: per questo credeva che fosse una cosa da nulla. Però la mamma era molto patita, mangiava pochissimo, non si fidava di far nulla, tante volte restava a letto intere giornate. Quando le due sorelline fecero la prima comunione, volle vestirle ella stessa, s'ostinò ad accompagnarle in chiesa; abbracciandole, dicendo loro: «Figlie mie sante!...», aveva gli occhi rossi, e tremava. Tornò a mettersi a letto, il dottore veniva adesso mattina e sera, e un giorno la zia Serafina lasciò il convento, col permesso della Madre Badessa, per aiutare il nonno che da solo non riusciva a dirigere la casa. Anche le lezioni di Miss furono sospese; ma senza saper bene perchè, lei non trovava nessun piacere in quella vacanza. Dopo un pezzo arrivò anche la zia Carlotta da Palermo, con suo marito; ma non fu neppur quella una festa; avevano tutti una cera così triste! Solo la mamma, dal fondo del suo letto, sorrideva al suo babbo ed alle sue figlie.

Un giorno, mentre facevano colazione, la zia Carlotta venne a dire a Miss di vestir le bambine.

— Perchè, zia?... Dove si va?

La zia non rispose, ma il cocchiere aveva già attaccato: si andava al Capo. Veniva anche la mamma?