Il principe si decise finalmente a metter fuori il suo francese; si esprimeva correttamente, ma con la solita intonazione fiacca, strascicata. I due si parlavano poco; de Biennes, quasi sapesse di esser preferito, guardava curiosamente il suo competitore. Dietro a ogni loro parola, ella leggeva il desiderio di piacere, di sedurre, di trionfare sull'altro. Ma il principe scapitava sempre più nel suo concetto: lo spirito, la galanteria del visconte le parevano superiori.
Ella era stata una volta alla Villa d'Orléans, però, come egli ne vantò la bellezza, rispose:
— Je ne la connais pas.
— C'est dommage! Mais venez donc: je suis à vos ordres!
— Merci, merci bien!... Je ne sais pas quand je pourrais...
Aveva detto di non esservi stata apposta per provocare quell'invito; però non si decideva ad accettarlo. Egli lo rinnovò per iscritto, mandandole dei libri francesi; e quella corrispondenza era piena d'una nuova attrattiva; i biglietti del visconte la facevano pensare più delle lunghe lettere di Paolo. Il ricordo di questi cominciava a sbiadirsi; egli era assente, chissà quando si sarebbero rivisti! L'amore avrebbe resistito alla prova d'una separazione che minacciava di durare indefinitamente?... Si rimproverava questo pensiero, però una irrequietezza s'impadroniva di lei; ella scriveva a Paolo delle lettere brevi, di cui l'assente si lagnava. «Sto poco bene» replicava ella, «questa primavera m'irrita; credi tu che sia piacevole restarsene così a lungo, soli, separati da chi si vuol bene, contrariati in tutto, senza un conforto?...»
Guglielmo aveva ripreso a vedere la Cannetto: ella lo aveva saputo. Adesso questo non le importava più niente; la persuadeva invece a negar valore agli scrupoli da cui si sentiva presa, quando la tentazione del visconte diventava più forte. Uomini e donne non facevano tutti così? Una tenera lettera di Paolo la sorprendeva in questi pensieri; leggendo le frasi dolci, innamorate di cui era piena, ella pensava: «Sono dunque una perversa?...» Poi scrollava il capo: anche lui, mentre le scriveva di quelle lettere, aveva qualche altra tresca per le mani, cercava altre donne, di quelle che si pagano! Poi, era una colpa se la compagnia del visconte le piaceva? Le piaceva esser corteggiata da un uomo come lui, sentirsi dire delle cose lusinghiere pel suo amor proprio, provare la potenza del proprio fascino: era fatta così!...
Egli conosceva la gran vita, le nominava le dame du gratin del Faubourg, era stato col Duca alle séries del principe di Galles a Sandrigham, alla chasse à tir. Ella avrebbe voluto chiedergli qual'era la tenuta obbligatoria per le signore, i particolari del cerimoniale di corte; ma fingeva di saperli, per non mostrare la propria ignoranza.
Il principe partì, insalutato ospite, senza farsi vedere: probabilmente l'aveva con lei perchè non gli era caduta nelle braccia! E il visconte, senza dirle nulla di veramente compromettente, da costringerla a metterlo a posto, insisteva con maggior frequenza nelle sue galanterie. Si vedevano raramente soli, ma anche in presenza di altre persone, la lingua straniera in cui si esprimevano li appartava un poco; nel suo francese fitto, egli diceva delle cose ardite, delle allusioni all'inevitabile idea degli uomini che si trovano innanzi a una signora giovane e bella. Come lei non si risolveva ancora ad andare alla Villa, egli insisteva, piano:
— Venez donc!... Est-ce que vous craignez quelque chose?