— Vous avez été en France?

— Pas encore...

— C'est que vous parlez superbement; vous n'avez pas d'accent!...

Il piacere procuratole da quella conversazione era misto ad una specie di secreto imbarazzo: ella lo attribuiva alla lingua non più familiare nella quale doveva esprimersi. Però, tratto tratto, lo sguardo di lei era attirato da quella figura come per una virtù fascinatrice. Sotto i capelli color di fiamma viva, egli aveva degli occhi neri, profondi, vellutati, una carnagione di fanciulla; e le sue maniere erano piene di signorile scioltezza, di garbata vivacità. Parlava del Duca, chiamandolo Monseigneur, Son Altesse, ma faceva girare il discorso in modo da interrogar lei; e l'ascoltava con un'aria d'interesse, un po' chinato, tenendo una mano piegata sulla coscia, come a cavallo, scrollando il capo ed esclamando di tratto in tratto: «Voyez!... c'est ça!...»

Nessun uomo le era mai piaciuto tanto, fisicamente; il contatto della sua mano la turbava. Egli era visconte, come nei romanzi; la sua stessa qualità di straniero la faceva sognare. Aveva ancora dalla sua il prestigio della posizione sociale, l'aureola del coraggio: a Sedan, luogotenente di cavalleria, era stato ferito in pieno petto! E ancora una volta il principe di Lucrino si trovava relegato al secondo posto, malgrado il successo che il suo Rataplan riportava guadagnando il premio conteso. Da per tutto lo festeggiavano; egli tornò a trovarla. De Biennes era lì, da un pezzo, che le parlava di Monseigneur; ella era felice di vedere i due uomini in presenza l'uno dell'altro. Dopo aver fatta la presentazione in francese, esclamò:

— Principe, i miei rallegramenti, dunque! Trionfo completo?

— No, completo no.

— Que vous fallait-il encore?

— Mancava lei!

— Mon Dieu, je suis touchée!...