Il principe venne a trovarla, un martedì che v'era molta gente nel suo salotto. Dopo averle presentate le sue condoglianze ed espressa la sua ammirazione per Palermo, s'era messo a guardare in giro le pareti. Ella pensava che la presenza di altre persone dovesse contrariarlo, godeva un poco del suo imbarazzo. Però, raccogliendosi nel suo angolo di divano, procurò di metterlo à son aise, chiedendogli degli schiarimenti sulle corse.
— Il criterium si corre dai cavalli a due anni, per avere giusto un criterio su quel che saranno a tre anni. L'Handicap è la più stupida, perchè tutti i cavalli debbono portare un peso, e glie li mettono, così, a occhio...
E a misura che le altre persone gli rivolgevano delle domande, egli spiegava:
— Il fantino che smonta, finita la corsa, consegna il cavallo al trainer che lo ha in custodia; allora gli dánno a bere e lo lavano da capo a piedi quantunque sia sudato, perchè non beve da ventiquattr'ore e mangia soltanto biada secca; altrimenti il ventre gli gonfia e gli fa cqua-cqua.
La prosaicità di quei discorsi era compensata per lei dall'interesse con cui la gente raccolta nel suo salotto li ascoltava. E in breve il principe diventava alla moda fra i giovanotti eleganti; le signore gli prodigavano i loro sorrisi, il suo Rataplan raccoglieva le simpatie generali. Se ella avesse voluto, a quell'ora sarebbe stato il suo amante. Adesso però era troppo tardi! Un sentimento di curiosità dinanzi a sè stessa, nondimeno, le faceva proporre una quistione: «Se io volessi, per capriccio, per curiosità, chi potrebbe impedirmi?...»
Il primo giorno delle corse, mentre ella, dalla finestra, assisteva alla sfilata delle carrozze che vi andavano, vide passare suo marito con un giovane alto, elegantissimo, dalle guancie rosee, i baffi d'un biondo rossastro, il monocolo all'occhio sinistro, l'aria straniera. Egli guardò verso di lei, si voltò un poco a parlare con Guglielmo; poi, guardando di nuovo, salutò profondamente. La vista di quell'uomo le diede una scossa. Chi poteva essere? Il duca d'Aumale doveva venire a Palermo; ella pensava che fosse qualcuno della sua casa. L'estremo fascino di quella figura appena scorta la soggiogava stranamente. Quando Guglielmo rincasò, gli chiese:
— Chi era quel signore che salutò stamani?
— Il visconte de Biennes, attaché alla casa del Duca... Verrà domani.
Che cosa aveva ella, per pensare a lui tutta la notte, per aspettare la sua venuta? Teneva, sotto il guanciale, l'ultima lettera di Paolo, in cui l'assente scioglieva quasi un inno, in cui con ardore più vivo, con devozione più supplice, parlava della sua memoria, implorava il suo ritorno. Ella apparteneva a quell'uomo; perchè dunque pensava ad un altro? Ma non v'era nulla di colpevole in quel pensiero! Ella non conosceva ancora quest'altro...
Come il visconte le fu dinanzi, ella lo trovò ancora più seducente che da lontano. Appena scambiate le prime parole, egli le chiese: