— Se n'è andato....
Bebè, nella corte, dietro il portone chiuso, continuava a guidare un carrettino al quale aveva attaccati due cani; suo padre parlava del testamento che era in consegna del notaio Denaro. Ella non udiva, tutta presa dall'idea della morte, pensando a quell'esistenza passata tra gli splendori, trascinata miseramente tra gli attacchi del male ed ora spenta per sempre. Chi avrebbe detto al galante cavaliere trionfante per la sua eleganza e pel suo spirito nel fasto della corte borbonica, quella fine triste e dolorosa che nessuna cara compagnia aveva confortata? Dov'erano i giorni dei suoi amori e delle sue fortune? E che cos'era questa vita, la cui durata costava tante pene e che finiva così?
Ella restava piena d'una vaga malinconia; non avrebbe creduto che quell'avvenimento previsto dovesse produrle tanta impressione. La sera, rimasta sola, riprese la sua lettera a Paolo; gli scrisse: «L'amarezza si aggiunge all'amarezza; a rendermi più triste questa separazione si aggiunge l'ala della morte distesasi accanto a me. Nessun legame di sangue mi univa al povero vecchio che ha cessato di soffrire, ma la sua dipartita mi ha fatto pensare a tante cose angoscianti. Consolami tu, dimmi che m'ami, che m'amerai sempre...»
Suo marito, quando lesse il testamento nel quale si nominava erede il bambino anzichè lui, entrò in una collera sorda, che non potendosi sfogare apertamente, si tradiva ad ogni momento, a proposito di nulla. Egli avrebbe voluto esser padrone di quella sostanza, disporne come di cosa propria. L'incompatibilità dei loro caratteri si rivelava nuovamente in quella circostanza: quantunque ella fosse certa dell'eredità, delle lacrime di commozione le avevano gonfiato gli occhi nell'apprendere le disposizioni testamentarie, l'atto sempre generoso del vecchio che legava una fortuna al frutto delle sue viscere; suo marito, invece, se la prendeva col morto, le dava lo spettacolo disgustoso d'una recriminazione volgare.
— A te od a tuo figlio, — osservava ella — non è la stessa cosa?
— Ah, è la stessa cosa? La stessa?... E la baracca chi la tiene in piedi, tu forse?... Sono stato ingannato come un gonzo!...
Da qualche parola sfuggita all'amministratore, ella aveva compreso che si trovava in imbarazzi, che aveva fatto dei debiti contando di pagarli con l'eredità. Ma egli non poteva toccare un soldo del patrimonio, dovendo rendere i conti a suo figlio quando sarebbe entrato nell'età maggiore. Ed a lei non diceva nulla della sua situazione finanziaria — non la credeva neppur capace d'intendere queste cose!
Adesso cominciavano le visite di condoglianza, la sfilata delle persone che chiedevano l'ammontare dell'eredità dopo aver fatto l'elogio del morto, che nascondevano male la loro invidia, che insistevano nel mettere in evidenza la fortuna in cui si risolveva quella disgrazia. Lo spettacolo di tanta ipocrisia e di tanta volgarità la disgustava. Ella faceva delle scettiche riflessioni sulla commedia del mondo, pensava di esser lei sola a rimpiangere sinceramente il povero vecchio.
Pel tempo che richiedeva la sistemazione degli affari, non si parlava di tornare a Roma. E Paolo scriveva delle lettere sempre più impazienti, minacciava di porre ad effetto il proposito di venirla a raggiungere. «Il mio pensiero vola sull'ali del desiderio alla terra felice che accoglie l'amor mio. Il cielo vi è più azzurro, il mare più calmo, i fiori più smaglianti. I tuoi sospiri profumano l'aria, la tua presenza nobilita tutte le cose.» Poi aveva reclamato il suo ritratto; ella ne possedeva uno fatto qualche anno prima, ma non le pareva che la favorisse molto. Ne cercò, per aggiungerlo a questo, un altro fatto da ragazza; ma nel cofanetto da lavoro in cui rammentava di averlo riposto, non lo rinvenne. Frugò da per tutto; non riuscendole di trovarlo, mandò l'altro solo. La sparizione di quel ritratto la fece fantasticare; chi poteva averlo sottratto? Imaginava che qualcuno dei suoi adoratori, per possedere la sua effigie, avesse indotto una persona di servizio a rubarlo. Però, non osava chiederne a nessuno, temendo che venissero a scoprire la ragione delle sue ricerche... «Fronte adorata, purissima,» scriveva Paolo, «sguardi profondi perduti dietro a una visione di cielo, fior della bocca appena dischiuso al bacio dell'aura, fattezze soavi piene di grazia e di nobiltà, io vi ho finalmente dinanzi, vi copro di baci, vi mostro il mio cuore... Io amo voi sole: voi siete benigne, vi lasciate contemplare, non vi nascondete, non mi fuggite come quella Superba alla quale non vo' più, d'ora innanzi, pensare...» Delle bouderies fanciullesche, delle esagerazioni ammirative di cui ella sorrideva un poco; ma un'atmosfera d'amore sottile ed inebbriante che si sprigionava da ogni sua parola, che l'avvolgeva come una carezza, che la faceva sognare ad occhi aperti, che scoloriva i romanzi di passione coi quali ella ingannava la lunghezza dei suoi giorni.
Tornava la primavera, il verde sulle piante, la serenità nel cielo. Adesso ella usciva un poco, faceva qualche visita. Il nero stava meravigliosamente alla sua bellezza bionda, dava nuovo risalto alle rose della sua carnagione. Le amiche glie lo dicevano, durante le visite in cui non si parlava se non dell'avvenimento imminente, le corse alla Favorita. Poichè il lutto era ancora troppo recente, ella non poteva andarvi; ma non ne provava rammarico, pensando che Paolo doveva esserne contento. La gelosia non gli faceva sentire i suoi morsi? Dopo la lettura della Fanny di Feydeau, si chiedeva se anch'egli fosse geloso del marito? E giustamente Paolo scriveva: «Un altro uomo ti sta al fianco, ti parla e t'ascolta, ha dei diritti su te!... Stasera, dolce amor mio, non mi chiedere nulla; ho l'anima triste più della morte. Se ti potessi dire tutto quello che sento, ti farei piangere come io piango... No, basta; è troppo soffrire...» Quanta poca ragione aveva di esser geloso! Ella era un'estranea per suo marito. In cuor suo, se ne rallegrava; le era almeno risparmiato l'orribile tormento che dovevano essere le sue carezze. Però scriveva a Paolo che non si fidava più di restar lontana da lui. Allora egli si umiliava, diceva di non comprendere come ella potesse amarlo tanto. «Io non ho nulla per esser degno dell'amor tuo; quanti uomini valgono più di me!...» Ella gli aveva appena risposto protestando contro quelle parole, giurandogli che non pensava neppure all'esistenza di altri uomini, quando suo marito le annunziò che il principe di Lucrino era arrivato a Palermo, per le corse. La notizia le procurò una leggiera emozione; perchè?