— Un'amica.... una signora romana, divisa dal marito....

— E perchè non mette l'indirizzo giusto?

— Sai, Guglielmo ha tante fisime pel capo.... non vuole che io la tratti, per la sua posizione.

La donna scosse il capo....

— Bada.... non commettere imprudenze....

— Di che imprudenze parli?... Mi secchi anche te, con le tue osservazioni!...

Ella aveva fatta la voce grossa, per darsi ragione; Stefana rispose, dolcemente:

— Va bene, va bene, non t'inquietare....

E andava a prendere le lettere, senz'altro. Da quei fogli traboccava la passione, esalavano ardenti sospiri e supplici invocazioni. Paolo ricordava l'estasi godute, le dolcezze assaporate, il tremore delle labbra unite alle labbra, l'inabissamento degli sguardi negli sguardi, i fremiti, gli spasimi, le voluttà. Dei rimproveri indiretti gli sfuggivano di tanto in tanto; poi li disdiceva, domandando perdono e chiamandola: «Vieni, soave amore, grazia infinita, splendore abbagliante, sola anima, unica forma; vieni, ch'io beva il tuo riso, ch'io aspiri le tue parole, ch'io mi inebrii della tua portentosa visione....» Alcune volte scriveva dalla Camera, sui foglietti con l'intestazione azzurra, mescolando le frasi appassionate alle descrizioni dell'ambiente: «Come il tuo ricordo è vivo, presente, immortale! Tu mi stai al fianco, mi sorridi: eccoti, io ti contemplo.... La volgarità di questo luogo è riscattata: tu vi venisti un giorno: le cose che tu hai mirate non acquistano nuove virtù?... Ti ricordi di quel giorno? Io vedevo i tuoi occhi che mi cercavano, compresi che eri venuta per me.... Qualcuno mi suggerisce delle osservazioni; vedendomi scrivere e alzare il capo, crede ch'io prenda degli appunti. Che pietà mi fanno! Che vuoti rumori sono quelli che mi feriscono l'orecchio! Come tutto è inutile al mondo, fuorchè il tuo sorriso!... Hanno chiamato il mio nome, non so che cosa ho risposto. Io vengo qui per animare della tua visione questo luogo; io voglio associare il tuo ricordo a tutte le cose, scrivere il tuo nome dovunque: gli amanti che verranno dopo, sdegneranno l'oggetto dell'amor loro, pensando a te... Un altro imbecille discorre, discorre, discorre, con una voce monotona, con un gesto automatico. Io vorrei alzarmi, gridargli di tacere, cantar le tue lodi....»

Gli rispondeva, un pomeriggio sereno di marzo, con un bel raggio di sole che penetrava fino sul suo piccolo tavolo e indorava il foglietto a lui destinato, quando intese delle voci, il portone girare sui cardini e chiudersi. Ebbe appena il tempo di nascondere la sua lettera in fondo al cassetto, che Guglielmo entrò dicendo: