— Lascia a me.

Recise un ricciolo della nuca; egli fece per prenderlo, ma ella disse:

— Non ancora, aspetta.

Il suo cappellino nero era guarnito d'una ghirlanda di fiori; ne colse due e li intrecciò coi capelli. Egli si chinava a baciarle la punta delle dita intente a quel lavoro. Allora, come l'istante della separazione si avvicinava, persuasa che toccava a lei di esser forte, ella s'affrettò, lo scongiurò rapidamente, sottovoce, di aver fede in lei, e si sottrasse ai suoi abbracci disperati.

Un sentimento di meraviglia la occupava, partendo: non avrebbe creduto a tanto dolore da parte di lui. Nel mondo in cui ella entrava, i legami si stringevano, si rompevano, si riprendevano, secondo le esigenze degli avvenimenti. Se egli soffriva tanto per una separazione temporanea, che cosa avrebbe fatto per una rottura? Però l'idea della passione ispiratagli la colmava d'orgoglio sodisfatto. Ella si considerava come un'eccezione; si diceva: «Io sono una di quelle donne fatali a cui nulla resiste!...» Il pensiero di quell'uomo sospirante la sua memoria, del desiderio cocente di cui ell'era oggetto, l'accompagnava per via, le dava un secreto compiacimento, perchè ella trovava giusto che quell'uomo soffrisse un poco, che pagasse col dolore la felicità ottenuta.

VIII.

Arrivarono a Palermo che il marchese non era morto ancora; ma il disfacimento del suo corpo rassomigliava alla putrefazione di un cadavere. Nella stanza dell'ammalato si diffondeva un cattivo odore intollerabile, che la disinfezione all'acido fenico inaspriva. Col suo viso come di cera e col suo sguardo lucente, egli metteva paura.

Guglielmo stava tutto il giorno al capezzale del moribondo; ella andava a trovarlo vincendo un'intima ripugnanza, facendosi forza, dicendosi che era un dovere; e la tristezza di quella lenta agonia la guadagnava a poco a poco. Suo figlio, guastato ancora più dalle moine della zia e di Stefana, era insopportabile, stava tutto il giorno nella corte con una frusta in mano, in compagnia degli stallieri e dei lacchè, a veder strigliare i cavalli, lavare le carrozze e forbire i guarnimenti, imitando i cocchieri in tutte le loro mosse, passando una corda alla bocca di un mozzo di stalla come un morso e facendolo trottare a furia di frustate. Suo padre si estasiava dinanzi a quelle monellerie; ella quasi non riconosceva il frutto delle sue viscere in quel piccolo carrettiere che aveva sempre le mani sudicie e i calzoni laceri, e che bestemmiava come un turco. Fu una festa ritrovarsi con Giulia, ma l'amica in quel tempo aveva avuto dei motivi di dolore; dicevano che Toscano la trascurasse per correre nuove avventure. E le altre compagne non si vedevano più; Enrichetta Balsamo aveva lasciato Palermo per Trapani, Bice Emanuele era scomparsa dal mondo, suo marito la maltrattava in tutti i modi: ubbriaco, vizioso, sciupava tutto per i suoi capricci facendo mancare a lei perfino il bisognevole. Ella avrebbe voluto andare a trovarla: Giulia le disse che l'amica non vedeva gente volentieri. La compagnia di tutte le altre, quando ebbe finito di riferir loro quel che aveva fatto e visto alla capitale, non era molto divertente; ella scopriva adesso in loro tanti difetti! Le lettere di Paolo erano il suo compenso.

Egli le dirigeva alle sue iniziali, ferme in posta, Stefana doveva andare a prenderle. Però la vecchia serva le aveva chiesto:

— Chi ti scrive?