— Parlarmi d'altro.
D'Azeglio, un capitano di cavalleria, molto brillante, molto lancé, l'assediava anche lui, ma in un modo speciale, facendo il difficile, presumendo d'interessarla, di destare la sua gelosia mostrandole tutte le donne che se lo contendevano. Era venuto una sola volta a farle visita, poi le aveva dichiarato che non sarebbe tornato più, non volendo vederla dinanzi alla gente! Ogni tanto, dopo averle concesso la grazia di guardarla, le chiedeva:
— Mi permette di venirla a trovare?
— Ma sempre!
— Quando?
— Tutti i martedì!
Con le loro pose, con le loro pretese, la facevano ridere! Ella li giudicava tutti al loro giusto valore, sapeva quel che volevano, stava sempre sulle difese. Ve n'erano di superiori a Paolo per ricchezza, per avvenenza, per eleganza; l'amore che aveva per lui non l'accecava di certo; la garantiva, però; la faceva passare immune in mezzo ai fuochi incrociati di quegli assedii. Il principe di Lucrino le si era presentato di nuovo, ma senza domandarle più nulla. Era fra i pochi che non fingessero d'ignorare la sua relazione con Paolo; alludeva alla felicità di lei, le chiedeva soltanto di esserle amico. Si rassegnava al suo scacco; una volta, anzi, aveva fatto prova di spirito:
— La mia disgrazia è stata quella dei carabinieri d'Offenbach: sono sempre arrivato tardi!
Ella riferiva tutto a Paolo, attenuando soltanto qualche frase, tacendo qualche circostanza; se vedeva un'ombra velare un poco gli sguardi di lui, gli buttava le braccia al collo:
— Ti dispiace?... Vuoi che io non li veda più? che rinunzii ad ogni distrazione, che fugga la società?