— Non so...

— E adesso dov'è?

— A Palermo.

Un giorno, dalla loggia del giardino, udì il portiere e il cuoco che discorrevano; parlavano del conte, il cuoco diceva: «Sua moglie dev'essere contenta!... Se aspettavano, non c'era bisogno del divorzio!...» Ella pensò un pezzo a questo; poi se ne dimenticò.

Il nonno era adesso più buono di prima, riversava il suo affetto sulle nipotine, le conduceva ogni giorno con sè, in campagna, al Gelso, una gran proprietà comprata da poco, nella pianura, dove piantava un vigneto. Quando fu pronto il villino che aveva fatto costrurre sul palmento, andarono lì invece che al Capo. Fu così allegra la prima vendemmia: tanta gente che andava e veniva ogni giorno, i grandi fuochi che accendevano sull'imbrunire, i canti e i balli delle contadine! Vicino a quella loro proprietà, ce n'era una dei Giuntini, che avevano una figliuola, Bianca. Com'era bella! Alta quanto una signorina, coi capelli più neri dell'inchiostro, il viso pallido, gli occhi profondi! Ella sentiva battere il suo cuore più forte al solo vederla, le stava dinanzi con una secreta soggezione, provava per lei lo stesso turbamento che rammentava di aver provato, a Firenze, pel conte Rossi. In breve divenne sua amica, e l'imitava nel modo di parlare e di muoversi. La prima volta che la baciò in viso si sentì tutta rimescolare. Invidiava il suo pallore così distinto, le sue vesti lunghe; e la voleva tutta per sè. Di ritorno a Milazzo, nel vederla con altre, credeva d'esser trascurata da lei; allora le si mostrava fredda, faceva la sostenuta; ma appena l'amica la prendeva per mano, il suo rigore finiva.

Bianca possedeva dei piccoli monili più belli dei suoi; un giorno che lo disse al nonno, egli le fece vedere quelli della povera mamma. Restò abbarbagliata. Quante perle! Quanti brillanti! Ella si provava gli anelli, faceva scattare le molle dei bracciali, versava le collane da una mano all'altra come piccole cascate, e assediava il nonno di domande sul nome di certe gemme che non aveva mai visto, sulle figure dei cammei, sulla composizione degli smalti. Pensare che tutte quelle bellezze erano metà sue e metà di Lauretta!

Però la sorellina non istava bene, non si divertiva a giuocare cogli altri ragazzi, e malgrado le sgridate del nonno, studiava da mattina a sera, a tavolino od al pianoforte, fino a riammalarsi. Un giorno vi fu una gran novità; si parlava di andare a Palermo dalla zia Carlotta, che li aveva invitati. Il nonno non voleva lasciar la casa nè mandarle sole; ella si mise a scongiurarlo a mani giunte perchè dicesse di sì. Alla Badia, una volta, lo udì parlare piano ma irritato con la zia monaca, che gli diceva: «Infine, è loro padre...» Si parlava certo del babbo.

Come il viaggio fu deciso, Miss cominciò a fare i bauli. Il nonno le accompagnò sul vapore per raccomandarle al capitano: un uomo lungo e magro con una barba ispida, che scese lui stesso sotto coperta per scegliere la più bella cabina. Quando suonò la campana ed ella ebbe finito di salutare il nonno che se ne tornava a terra, il comandante le disse:

— Signorina, vuol salire sul ponte con me?

Diventò tutta rossa; era la prima volta che un uomo le dava del lei. Che festa, quel viaggio! Il capitano lasciava ad ogni tratto il suo da fare per venire a chiedere a Miss se aveva bisogno di nulla, per accarezzare le ragazze, per condurle con lui nel suo camerino, dove offriva loro dei dolci, dei liquori, e mostrava degli strumenti, le fotografie di tanti altri piroscafi, delle scatolette di sandalo intagliato che mandavano un odore così buono. Ogni tanto ella l'udiva dire a Miss, parlando di lei: «Che amore di bimba!... che bellezza!...» Ella fingeva di non udire, gettava indietro i suoi capelli, guardava da un'altra parte e assediava di domande il timoniere, credendo di veder da per tutto Monte Pellegrino. Quando finalmente apparve e i passeggeri si prepararono a sbarcare, il capitano venne a salutare la governante: regalò una scatolina di sandalo a Laura ed un'altra a lei stessa, dicendo: