La musica sacra dei concerti la manteneva in una mestizia dolce, piena di fantasie, di rimpianti. La domenica delle Palme, vedendo passare dei bambini coi mistici rami, un'improvvisa tenerezza la fece quasi piangere. Stefana andava a confessarsi; tornando dalla comunione, col libriccino delle preghiere, la coroncina del rosario attorcigliata a un polso, venne a prenderle una mano, a baciargliela. Allora ella si ricordò della sua mamma, della sorellina, di suo figlio, dei giorni lontani della sua innocenza, quando ella andava in chiesa, vestita di bianco, con un velo sulla fronte, tra una fila di fanciulle candide come lei; quando la sua mamma le diceva: «Figlia mia santa!» quando non sapeva ancora che cosa fosse il mondo, quale avvenire l'aspettasse; e uno stupor muto la teneva, pensando che ella era in peccato mortale, e una nostalgia accorata, e un pio desiderio di genuflessione, di preghiera, di penitenza...
Non poteva commettere un sacrilegio; però il Giovedì Santo, vestita a nero, fece il giro dei Sepolcri. Uno scalpiccio lento di passi nelle chiese affollate, avvolte in una penombra, nella quale i ceri splendenti mettevano larghi cerchi d'oro; un sottile aroma diffuso per l'aria, un mormorio di preci. Ella cadde in ginocchio in un angolo buio; e curva sopra una seggiola, le mani congiunte, si umiliava dinanzi a Dio, riconosceva l'errore, addebitandolo all'avversità del destino. Anche lei era stata pura e casta, anche lei aveva potuto ricevere l'Ostia!... In fondo all'anima, ella si sentiva buona, tenera, pietosa, sensibile a tutte le delicatezze. Perchè non le era stato possibile dimostrare queste sue qualità? Il mondo la giudicava trista, le faceva sentire il peso della sua condanna; ma Dio le leggeva nell'anima, l'udiva, la perdonava... Riuscì all'aperto col cuore oppresso, gli occhi arrossati, e come incontrò delle amiche, fu costretta a parlar di mode, di teatri, di svaghi!...
Le cerimonie sacre di quei giorni di lutto la riportavano incessantemente col pensiero ai tempi della sua infanzia: ella si rivedeva al suo balcone di Milazzo, ascoltando il suono delle tabelle che i monelli scuotevano per le vie, guardando i bastimenti ancorati nella rada con le bandiere a mezz'asta. Poi, nella mattina luminosa dei Sabato, riprovava l'ansietà dell'attesa, sussultando ad ogni rumore, ad ogni zufolio che le intronava le orecchie, fin quando, a un primo squillo di campana, cento, mille si univano, gravi, argentini, da lontano, da presso, in un tripudio sonoro che la faceva nuovamente cadere in ginocchio e rompere in singhiozzi. Qualcuno si curvava su di lei, le prendeva una mano tentando di baciarla; allora ella si stringeva al petto la vecchia serva, la baciava sulle guancie scarne e rugose. Lo scampanio si diffondeva pel cielo; nella via, dei vecchi, dei fanciulli, inginocchiati, a capo nudo, pregavano; si udivano esclamazioni di esultanza, e la commozione di lei si faceva insoffribile. L'anno innanzi, in quell'ora, Paolo le aveva mandato un canestro di rose, e quei fiori le erano riusciti più accetti di una collana di perle orientali; adesso egli era lontano, solo col pensiero poteva unirsi a lei! A un tratto Stefana le tornò dinanzi con un gran mazzo di rose bianche e rosse, e, dallo stupore, ella esclamò:
— Come?... Chi le manda?... Lui?...
— L'ha lasciato detto...
Ella affondò il viso nel folto dei petali olezzanti, e pazza di gioia, corse a scrivergli, a confidargli tutto il bene che le faceva. Aspettava che anch'egli le scrivesse, poichè erano dei giorni che non riceveva sue lettere; però, come ne passarono ancora degli altri senza che arrivasse nulla, la dolce emozione cedeva all'inquietudine, ai dubbii. Perchè la trascurava? Era la lontananza che produceva, come sempre, il suo effetto? Un'altra sua lettera, premurosa, appassionata, restò senza risposta. Allora, ella cadde in una sfiducia disperata: egli non l'amava più come prima, la confessione fattagli aveva intiepidito il suo affetto... Ed era vero? Quell'uomo a cui ella aveva sacrificato tutto, pel quale aveva rinunziato alla sua posizione, al rispetto del mondo, la trascurava, non trovava il tempo di mandarle un rigo?... Inaspettatamente, egli tornò, se la strinse al cuore, divorandola a baci.
— Perchè non hai scritto?...
— Non mi vedi in viso? Sono stato ammalato...
Era vero: aveva le occhiaie un poco infossate, un pallore diffuso sulle guancie appena dimagrite. Le apprensioni di lei svanirono nel ritorno della dolce intimità; però, come egli si rimetteva con ardore rinnovato al lavoro, ella lo ammoniva, lo pregava di aversi riguardo, tanto più che le sue occupazioni e il malessere di cui soffriva ancora lo tenevano troppo lontano da lei.
— Hai ragione — rispondeva — ma il lavoro è un bisogno per me; del resto, esso non c'impedisce di amarci...