— Senti.... se io fossi tua moglie, e ti avessi tradito.... mi riprenderesti?

Egli pensava un poco, poi rispondeva, molto piano:

— Sì...

— Questo è amore! Questo!...

IV.

Per le vacanze di Pasqua, Paolo la lasciò. La sua presenza era necessaria in famiglia, degli affari lo chiamavano per qualche tempo nel suo collegio; però, era stata lei stessa a pregarlo di partire, a combattere la persuasione che gl'impediva di lasciarla, sia pure per poco. Non le dispiaceva di restar libera qualche tempo; era curiosa di vedere che cosa avrebbe provato.

Da principio, andò attorno più spesso del solito; presto si stancò. I giorni crescevano, i pomeriggi erano lunghi, caldi, fastidiosi. Se egli fosse rimasto a Roma, non lo avrebbe visto egualmente in quelle ore; però la sua assenza metteva un vuoto in tutta la vita di lei. La prima sera passata sola in casa, a leggere, a passeggiare di su e di giù per le stanze, le era parsa interminabile; per far qualcosa, si mise a scrivergli. Il domani, si rivolse ai suoi vicini del primo piano. I Watson erano andati via; adesso l'occupavano dei Piemontesi, i Marcale; una famiglia curiosa, dove si buttavano i quattrini in capricci, mentre mancavano, per esempio, le seggiole. La mamma e le figliuole sfoggiavano in carrozza tolette elegantissime, con le quali andavano poi in cucina a preparare il desinare. Il marito non stava mai in casa; ci veniva invece, a tutti i momenti, un certo signor Giacomotti, presentato come suo socio. A lei usavano ogni sorta di amabilità; però, avendo compreso una sera di esser di troppo fra la signora e il socio, ella diradò le sue visite.

La solitudine le pesava sempre più, e nelle lunghe fantasticaggini alle quali ella s'abbandonava, un pensiero triste, che ella non voleva formulare, tornava assiduamente ad occuparla: che cosa sarebbe stato di lei, se quell'isolamento avesse dovuto prolungarsi? Paolo l'amava sempre, le sue lettere affettuose le erano di un immenso conforto; però... ed ella chiudeva gli occhi, si portava le mani alle orecchie, quasi a privarsi d'ogni senso per non assistere ad uno spettacolo angoscioso: il raffreddamento di quella passione, la morte dell'amore...

Perchè sorgevano in lei quelle tristi visioni, quando nulla poteva farla dubitare dell'avvenire? Forse era la primavera, l'intimo senso di tristezza che la rifioritura del creato le procurava, adesso che si moltiplicavano in lei, a poco a poco, i sintomi del decadimento, le piccole rughe della coda dell'occhio, la cascaggine delle guancie, il pallore della carnagione. Poi, il caldo crescente, il cielo luminoso sul quale il nuovo verde metteva i suoi delicati ricami, le ricordava la Sicilia, la riportava ai tempi di Milazzo e di Palermo; vecchie impressioni, sensazioni cancellate da anni risorgevano in lei, senza perchè: ella risentiva l'arsura della spiaggia di San Papino, il fastidio di certi pomeriggi al Capo; qualche mattina, tra veglia e sonno, pensava, con l'antica angustia, di dover mettere in pulito i componimenti, di dover subire la revisione meticolosa di Miss... Che ne era di lei? Avrebbe dato qualche cosa per rivederla.

E le notizie della gente che aveva conosciuta le facevano battere il cuore: Enrico Sartana, dopo pochi anni di matrimonio, s'era diviso dalla moglie, era tornato a Palermo: neppur lui aveva dunque incontrata la felicità!... Si sarebbero rivisti mai?...