— Come sei prepotente! — rimproverava la zia. — È così che tratti la tua sorellina? Ma tu non sai che devi proteggerla, difenderla, aver cura di lei che è più piccina, malaticcia? Tu sei la maggiore, devi tenerle luogo di mamma!...
Chinando un poco gli sguardi, ella consentiva, ripetutamente:
— Sì, zia... hai ragione... hai ragione...
Allora, pensava di parlarle della povera mamma, del babbo, di tutto quello che aveva confusamente capito dai discorsi di Stefana e del nonno; ma dopo aver cominciato: «E dimmi....»; quando la zia chiedeva:
— Che cosa!... Di', figlia mia...
— Nulla, zia, nulla... — rispondeva, e restava un poco senza parlare. Poi, riscuotendosi, cominciava a tempestarla di domande:
— Ed io com'ero, quand'ero piccina? Ti rammenti quando nacqui?... Eri con la mamma mia? Te lo rammenti proprio bene, come fosse oggi?
— Sì, che me lo rammento. Eri tanto piccina, così!...
— E com'ero, buona?
— Più buona d'ora... Adesso non sei cattiva, non dico questo... ma non ti sai frenare, t'imbizzisci per nulla, ti ostini troppo nelle tue volontà... Nel mondo, bambina mia, non si può fare quel che si vuole; bisogna rassegnarsi, aver pazienza, soffrire...