Ma ella sentiva adesso che egli rispondeva a quel modo perchè era sicuro della sua desistenza; e a un tratto s'accorgeva che mai le aveva detto quel sì sinceramente, neppure ai primi tempi della loro relazione. Non gli rimproverava apertamente quel suo egoismo; però, in tesi astratta, a proposito d'altri, ella usciva in qualche amara affermazione:
— Gli uomini sono incapaci di sacrifizio... vogliono essere amati, solletica il loro amor proprio vedere una creatura perdersi per essi; ma rispondere a questo amore, comprendere questa creatura...
— Già, perchè voialtre siete fatte a un modo arcano!
— Puoi scommettere che abbiamo più cuore di voi...
— Quando vi date, vi date in olocausto!... lo so, me l'hai ripetuto molte volte... Al visconte hai detto altrettanto?...
— E sempre questo rimprovero!...
Non erano delle scene vivaci, ma delle piccole punture, dei brevi bisticci, delle allusioni malevole, con dei ritorni all'antica fiducia. Uscendo una sera dal Valle, ella prese freddo; la tosse e la febbre l'inchiodarono a letto. Allora, durante tutto il corso della malattia, per un mese intero, egli ridivenne l'amante d'un tempo. Tutti i giorni, appena desta, ella aveva una sua lettera, buona e bella, piena di cose tenere e poetiche, di invocazioni alla primavera perchè spirasse il suo tepido alito a guarire più presto la Diletta, di benedizioni rese a quel male che la sottraeva al mondo ed alle sue distrazioni lasciandola tutta tutta per lui. E dei fiori, perchè le restituissero i colori rubati alle sue labbra ed al suo viso, e dei libri, dei romanzi d'amore, dei versi d'amore perchè le parlassero per lui: tante care attenzioni che inducevano anche lei a benedire quella malattia, cogli occhi umidi di pianto, un'altra febbre nei polsi: la febbre divina della speranza e della fede.
Guarì, e a poco a poco tutto questo cominciò a passare. Ella tornò a veder gente, egli a sospettare, a punzecchiarla senza ragione. Talvolta ella alzava le spalle, opponendo ai sorrisi sarcastici di lui degli amari sorrisi; tal'altra lo scongiurava di non dirle di quelle cose cattive, gli s'inginocchiava dinanzi, gli rammentava la recente felicità, diceva, giungendo le mani: «Signore, fatemi ammalare un'altra volta!...» Egli tornava buono, ma le parole innamorate che le diceva erano le stesse di un tempo — ed anche lei s'accorgeva di ripetere le cose già dette. Certe volte, restavano dei momenti abbracciati, senza dir niente. Egli non aveva più gli scoppii d'una volta, non la torturava e non si torturava; se parlava degli uomini che le facevano ancora la corte, non si scuoteva, non l'assaliva coi suoi sospetti. Ma quella freddezza era forse studiata? era un'altra forma della sua gelosia?
— Che cosa ti dà ombra? Dillo: io potrò correggermi, provarti che non ho altro pensiero fuori del tuo...
— Niente... nessuno...