— Sì.

Sentendo parlare da madama Duroy di quella festa, si decise, esaltata come sempre all'idea del trionfo da riportare. Gli scrisse, in francese, un bigliettino: «Eh bien, j'y vais, je t'y attends; mon carnet est à toi». Egli non venne; quando si rividero, ricominciarono i malumori, le malignazioni. Ella dunque doveva interpretare le sue volontà celate, imaginare le sue fisime, indovinare ciò che gli passava pel capo, ma che egli non aveva la sincerità di confessare. Ella doveva amarlo, e non ricevere in cambio se non le prove di una diffidenza sorda, d'una freddezza crescente... Il suo orgoglio s'impennava, ella si fermava nel proposito di rispondere alla sua indifferenza con una noncuranza maggiore e, a poco a poco, non s'interessava più ai suoi progetti, non gli chiedeva più nulla delle cose sue, non andava alla Camera a udirlo; nè egli la lodava più, le dimostrava più la stima che aveva avuto del suo ingegno: se talvolta impegnavano qualche discussione, non s'arrendeva come prima, rideva degli argomenti di lei. Ella sentiva il distacco operarsi lentamente e fatalmente; ma come ritornavano ancora una volta le date della loro passione, una nostalgia s'impossessava di lei al ricordo del suo bel romanzo, e cercava di attaccarsi ancora a quell'uomo, di riafferrarsi a quel passato. Egli la lasciava dire, chinando il capo, guardandosi le mani.

— Quanto amore, non è vero?... quante carezze!... Ma tu non dici nulla... hai l'aria d'essertene pentito...

— Tu non sai quel che dici.

— Oh, così fosse!... Ma io vedo, penso, confronto, intuisco...

Qualche volta arrivava da lei stringendole la mano senza baciarla; le restava una sera accanto parlando di cose indifferenti, non le chiedeva le sue carezze.

— Come sei mutato! — esclamava ella — come sei freddo!...

— Io sono lo stesso.

— Ma sai che qualcuno darebbe la vita, per starmi un'ora vicino, così?

— Chi, il principe di Lucrino?