— Perchè non sei andata a letto? Vuoi ammazzarti, così?
— Adesso... — rispose, con voce velata — Quando andrai anche tu...
L'aiutò ella stessa a levarsi, la sorresse fino alla sua cameruccia. La vecchia batteva i denti.
— Stai male?
— No... no.
Col giorno, la febbre l'assalse. Non volle che la padrona chiamasse nessuno, asseriva di non aver nulla. Ma come la febbre era alta, ella mandò pel dottore. Il delirio sopravvenne. Nel delirio biascicava parole incomprensibili; un nome solo s'udiva: Teresa. Il terzo giorno un miglioramento parve determinarsi. La riconobbe: nel vederla i suoi occhi velati tornavano a brillare. Coi segni, le diceva di mettersi a sedere accanto al capezzale, le prendeva una mano e restava un pezzo tenendola così. Peggiorò rapidamente. Sul far della notte, la casa fu invasa dalla gente che seguiva il Viatico; ma i sacramenti le furono amministrati che già rantolava.
Era una nuova tristezza che scendeva su lei. Ora, ella non aveva più la paura d'una volta in presenza della morte; la miseria della vita non le rendeva più insoffribile quel tragico spettacolo. Così, all'alba del domani, quando vennero a dirle che Stefana era spirata, ella s'inginocchiò, pregò un poco, poi passò nella camera mortuaria. La finestra ne era spalancata, due candele ardevano sopra un tavolo dinanzi a una imagine sacra. Il cadavere era così rimpiccolito che pareva quello d'una bambina. Una benda passata sotto il mento e annodata sul capo tratteneva la mascella cascante. Ella restava a contemplare una mano della morta, una povera scarna mano che aveva avute tante carezze per lei, e la sua mente si perdeva al pensiero dell'umiltà di quel destino, dell'oscurità di quella vita ora spenta.
La vecchia serva non aveva più nessun parente; nessuno veniva a reclamare la misera successione. Ella ne fece l'inventario. V'era della biancheria, delle vesti, un piccolo gruzzolo di risparmii. Una cassetta dipinta in verde, che Stefana aveva sempre trascinata con sè quando aveva accompagnata la padrona, era posta dentro una cassa più grande, ma la chiave non si trovava. Ella non sapeva che cosa contenesse; supponeva vi fossero degli altri denari, il frutto di lunghi anni di lavoro. Pensava di distribuirle in elemosine, di far dire delle messe in suffragio di quell'anima semplice e buona, quando, un giorno, il cameriere le presentò una piccola chiave, cascata da una vecchia veste della morta.
Era quella della cassetta. Come ella l'aprì, come ne trasse le cose che vi erano dentro, le sue mani cominciarono a tremare. V'era una vesticciuola che ella aveva portata a dieci anni, un ramoscello del fior d'arancio del suo abito nuziale, i vecchi quaderni delle sue lezioni, una puppattola con la quale aveva giuocato bambina, i carnets dei suoi balli, gl'imbuti di carta ricamata che avevano rivestito i mazzi di fiori offertile per le sue feste, le imagini di santi ricevute in premio al tempo delle sue prime comunioni. Man mano che ella traeva uno di quegli oggetti sformati e scoloriti, i rottami della sua vita che un affetto cieco, del quale ora apprezzava l'intensità, aveva serbato come reliquie, era una trafittura che ella sentiva al cuore. In un angolo, tra vecchi fiori e nastri di cappelli, stava il suo ritratto di fanciulla, quella che ella non era riuscita a trovare quando aveva voluto donarlo ad un amato. Non contenta di starle sempre al fianco, la vecchia aveva voluto custodir la sua imagine; quelle cose religiosamente raccolte, per tanti e tanti anni, attraverso continue peregrinazioni, dicevano la devozione, l'idolatria che quel povero essere aveva avuto per lei. Le reliquie le restavano ora tutte dinanzi: ella le contemplava con occhio arido e fisso. Il pensiero di non poter più confortare quella povera donna d'un sorriso, d'un abbraccio, l'opprimeva. Ella non l'aveva pianta neppure! Adesso rammentava tutte le volte che l'aveva maltrattata, che le aveva date delle risposte dure, che l'aveva respinta come un essere inferiore, incapace di comprenderla. Invece, la buona creatura le si era attaccata sempre di più. Che bene le aveva voluto! Come l'aveva protetta bambina, come l'aveva ammirata fanciulla e sposa! «Tu sembri una regina!..» Che orgoglio metteva nel farla più bella, che indulgenza nel piegarsi a tutte le sue volontà! In ogni suo dolore, ella l'aveva trovata al fianco, vigile, inquieta; era vissuta della sua vita, era morta quasi per lei. Ed ella l'apprezzava ora soltanto; riconosceva, sempre tardi, che nessuno, mai, l'aveva amata così.
FINE.