Ella non udì altro, non vide l'uomo andar via: si trovò dinanzi alla finestra, con la fronte sul vetro freddo e rigato dalla pioggia. Perduto!... senza speranza!... disgiunto per sempre da lei, oltre quel mare, da uno spazio smisurato!... Il mare era formidabile, cingeva la riva d'una corona di spuma; la luna correva impazzata tra le nuvole rotte, proiettava la sua luce scialba sulla cresta dei cavalloni e l'orizzonte si perdeva in un buio fitto di nebbia... Un sogno svanito, l'ultima lusinga distrutta: e un rammarico tanto più lancinante, quanto più quel sogno s'era salvato dalla jattura delle prove reali. Ora, pensando alle commozioni soavi, alle delicatezze timidamente ingenue, all'alito fresco di poesia che quell'amore inespresso le aveva fatto passare per l'anima stanca e sconfortata, pensando che tutto questo moriva per non più rinascere, uno strazio ineffabile le rigava di lacrime il volto... Il vento fischiava, spazzava la via, faceva oscillare le fiamme dei lampioni; non un passante, non un segno di vita; solo la voce sorda, il cupo rombo del mare... Addio! Addio! per sempre!... Non era lui soltanto che spariva: era la speranza, la lusinga, tutto ciò che aveva dato un prezzo alla vita e che non sarebbe tornato mai, mai più!.. Che freddo! che gemiti nell'aria, che schianto nel cuore!... Il suo pianto non cessava; ella non aveva la forza di togliersi di lì, le pareva che un'oppressione mortale l'avrebbe soffocata fuor della vista della tempesta: avrebbe voluto correre lungo la riva fragorosa, mescolare agli urli degli elementi l'urlo della sua disperazione... Il rumor d'un passo la fece trasalire ad un tratto; era Stefana che le si appressava, trascinandosi penosamente per domandarle:
— Hai nulla?... che hai?...
— Nulla... lasciami!... Non ho nulla; va a letto.
Tornava ad appoggiar la fronte sul vetro, rabbrividendo; e il ricordo di altre notti passate così, senza sonno, senza riposo, col cuore in tempesta, con la mente smarrita, si evocava nella sua memoria. Quante! Quante! La notte che era fuggita dalla casa maritale, quella in cui Arconti l'aveva abbandonata, quella in cui ella aveva abbandonato Sartana; e ancora la notte della sua partenza da Palermo, quando aveva tentato sottrarsi all'amore di quest'ultimo, e le notti passate con Arconti a Castellammare, quando un pericolo di morte le sovrastava, e ancora la notte in cui aveva appresa la morte di Morani... Allora, la storia della sua vita le ripassava tutta sotto gli occhi; ella rivedeva le figure di quelli che s'erano trovati sul suo cammino, dei vivi e dei morti; ella ripensava i suoi amori, i i suoi errori, i suoi dolori, le continue alternative di fede e di sfiducia, di cieche impazienze e di tardi pentimenti, le sue eterne aspettazioni risolte nella presente vuota tristezza; ma da questa il suo pensiero ricorreva ancora al passato, a scene perdute, a profili appena intravisti, e l'evocazione si svolgeva continuamente, come una serie d'imagini sfilanti dietro a una lente... Tratto tratto, delle persuasioni si facevano nel suo spirito; come lampi, delle verità l'abbagliavano. Aveva aspettato troppo grandi cose, per questo tutto l'aveva scontentata! Aveva temuto troppo, e qual dolore era stato veramente insopportabile? Nel credersi diversa dagli altri come s'era ingannata! La sua storia era la storia d'ognuno! Come tutti, aveva apprezzato le cose prima di ottenerle o quando eran svanite. In ogni periodo della sua esistenza, aveva tutt'in una volta rimpianto il passato e riposte le sue speranze nell'avvenire! Nondimeno, dei giorni felici erano sorti per lei; ma la felicità dileguata era un nuovo motivo di cruccio!... Uno solo di quei giorni tramontati poteva forse risorgere? Che cosa non avrebbe dato perchè anche i tristi tornassero? Ma tutto era scomparso per sempre!... Come il pellegrino nel deserto, era andata innanzi, attirata dalla vista dell'oasi fresca ed ombrosa; ma il miraggio l'aveva ingannata; e il più terribile era questo: che dopo aver riconosciuto nell'allettante spettacolo un vano giuoco di luce, aveva continuato a crederlo vero, a lacerarsi i piedi sulla sabbia infocata!... Quante volte l'ingrata realtà le si era svelata? Ed aveva accolto sempre nuove lusinghe! Quante volte aveva creduto di conoscere la vita? E l'esperienza passata era stata inutile, ed a costo di lacrime aveva ricevute nuove lezioni inutili anch'esse!... Ora però che chiudeva gli occhi e si volgeva indietro col pensiero riconosceva la gran vanità. Che cosa distingueva più i ricordi delle impressioni reali da quelli dei sogni? E sul punto di chiuder gli occhi per sempre, questa vita che prima d'esser vissuta era piena di tante promesse, non si riduceva ad un mero sogno, tutta?... E poi dopo?... Triste! Triste! Terribile!...
La tempesta non si placava, il freddo si faceva più acuto: che notte!... che notte!... Ancora un rumor di passi strascicato, e Stefana tornava a chiederle, premurosa ed inquieta:
— Perchè non vai a letto?.. È mezzanotte suonata....
— Adesso... più tardi; lasciami, non vedi che soffro?...
Ella andava ora di su e di giù per la stanza, si lasciava ogni tanto cadere sopra una seggiola; poi scattava in piedi, insofferente dell'immobilità. Le mancava il respiro, si sentiva tolta l'aria, pensando all'avvenire, ai giorni incerti ed oscuri che l'aspettavano; poi, come la figura di Maurizio le si ripresentava alla mente, ella s'incolpava come d'un tradimento dei pensieri che aveva sottratti a lui. Addio! Addio!... Ella tornava a piangere, inconsolabilmente, pensando che nulla avrebbe potuto consolarla della perdita di quell'amore, dell'ultimo amore, tenero e puro e forte com'erano stati i primi....
Le ore passavano, ella non le avvertiva; le pareva che quella notte durasse da un'eternità, che non avrebbe avuto mai fine. Girava gli occhi per la camera, e ciascuna cosa su cui il suo sguardo si posava le suggeriva nuove visioni; a ondate, i ricordi la travolgevano. Di repente, uno scricchiolio la fece rabbrividire. Sorse in piedi, irrigidita, cogli occhi sbarrati dalla paura. Il silenzio tornava a piombare sulla casa, non si udiva più che il gemito della raffica e il fragore del mare. Ella ricadde sulla sua seggiola, col capo sul petto, le braccia pendenti. Una gravezza di sonno morboso ora la inchiodava a quel posto; i contorni delle cose si perdevano dietro il velo delle ciglia calanti, i suoi pensieri fluttuavano, si confondevano, finivano per ismarrirsi. A scatti, ella rialzava il capo, guardava attonita dinanzi a sè; poi tornava ad abbattersi. Un rumor sordo, come un lamento trattenuto, la fece sussultare di nuovo. Questa volta ella s'alzò, passò nella stanza vicina. Seduta contro l'uscio, agghiacciata dal freddo, con la testa reclinata e le braccia raccolte sul petto, Stefana aspettava lì dietro. Vedendo la padrona, tentò d'alzarsi, ma l'intorpidimento delle sue vecchie membra non glie lo consentiva.
Ella prese ad ammonirla, affettuosamente: