D'inverno, quando spuntavano le brutte giornate, essa appariva tutta piena di bastimenti: flotte di trenta, di cinquanta legni obbligati a rifugiarsi in quel gran bacino, con le vele ammainate, e sballottati nondimeno dalle onde in convulsione che si rovesciavano sul passeggio della marina, arrivavano fin sotto le case e lasciavano, ritirandosi, un letto d'alighe secche, di sugheri, d'ogni sorta di detriti. In quei giorni, la spopolata città era più deserta del solito; di sera non usciva nessuno, la fila dei lampioni si rifletteva sul suolo bagnato e l'oscurità pareva più fitta. Poi, una bella mattina, col sole, col cielo azzurro, col mare tranquillo, non si vedeva più un bastimento nella rada: erano tutti spariti, partiti, chi da levante, chi da ponente, per Messina, per Palermo, per Napoli, per tutti i paesi più grandi, più ricchi e più belli.

A una ricaduta di Laura, il nonno decise finalmente di condurre le nipotine a Messina, per consultare un dottore, per far divagare la malatuccia. Ricominciò la festa di Palermo: passeggiate, visite, teatri, inviti: tutto il giorno in moto, lo studio messo da parte, i libri lasciati a casa, Miss sola imbronciata. Com'era più bello il teatro Vittorio Emanuele del Bellini di Palermo: grande, sfolgorante, pieno di signore elegantissime, con una compagnia di prim'ordine che rappresentava il Roberto Devereux e faceva accorrere gente dal fondo della provincia. In platea c'erano tanti giovanotti eleganti e un ufficiale biondo, con un'ombra di baffettini, che guardava sempre dietro il cannocchiale. Lo volgeva anche verso di lei? Ogni sera si sentiva guardata; i suoi sguardi correvano, suo malgrado, laggiù, e una fiamma le bruciava il viso.

Se ne ricordava ancora a casa, di quell'ufficiale, malgrado rivedesse Luigi Accardi; e così pensava a tutti e due, e a Niccolino Francia, anche. Come Lauretta s'era divertita molto anche lei, il nonno consentì di condurle altre volte a Messina; quando tornava dal Senato, esse gli andavano incontro fino alla città; e a furia di fare la via, la sapevano adesso a memoria: gli Archi, Spadafora, Baùso e Divieto vicini l'uno all'altro, e poi la salita di Gesso — Ibbisu — il paesetto arrampicato sulla montagna, e poi il tratto finale, più erto, con la nebbia che avvolgeva spesso ogni cosa, coi cavalli che ansavano e procedevano al passo, faticosamente; e poi il colpo di frusta della discesa allegra, rapida, con la città e lo stretto spiegati come una carta geografica, in fondo! Ella viveva dell'attesa e del ricordo di quelle scorse; calcolava, volta per volta, quanti giorni mancavano alla partenza, e numerava altrettanti ciottolini, raccogliendoli sulla spiaggia di San Papino. Ogni giorno che passava, ne buttava uno dalla finestra e faceva il conto dei rimanenti.

Quanti spartiti sapeva, adesso! A Milazzo, per sopportare più pazientemente la noia di quel soggiorno, li suonava a pianoforte, tutti, dalla prima all'ultima nota, imparando con la musica le parole. Intanto che restava ferma e composta dinanzi allo strumento vibrante, nella sua testa sfilavano tutte le eroine di quelle storie d'amore: Gemma di Vergy, Maria di Rohan, la Favorita, la Traviata, che, vestite di abiti sontuosi, tempestati di gioie, passavan superbe e maestose tra gli omaggi dei cavalieri e gl'inchini delle dame, o pazze d'amore, coi capelli disciolti sulle spalle, pallide e smarrite, in bianche vesti, piangevano e vaneggiavano. Gli uomini spasimavano per esse, e com'era bello quando sguainavano le spade lampeggianti, sfidandosi a morte!...

Ella si alzava, fremente d'emozione, e se n'andava alla finestra, guardando il mare e le montagne di Gesso, violacee nella lontananza. Certi giorni si metteva a cantare i motivi principali di quelle opere, intanto che lavorava o passeggiava sulla terrazza, e una volta cominciato, non smetteva più: le romanze succedevano alle romanze, i duetti ai duetti, i cori ai cori; e poi, da capo, ripeteva senza fine i pezzi più belli, intonava a voce più forte i finali maestosi, intercalava alla musica seria le canzonette napoletane, i motivi che fischiettavano i monelli, la Giulia gentil, l'Una volta un capitano, instancabile, con la gola sempre fresca, come un merlo sulla rama, finchè Miss, o il nonno, o la sorella non gridavano:

— Assez!... Basta, Teresa!... per carità!....

Smetteva un poco, poi ricominciava, sottovoce. Voleva esser trattata come una signorina, ma era ancora una monella. La bambola aveva sempre tutte le sue cure. E la sera, con la paura antica, voleva che Stefana, accanto al capezzale, le raccontasse le fiabe.

Il repertorio ne era esaurito, talchè la donna ripeteva sempre le stesse: La sorella del Conte, Rossa come fuoco, Il Re Cavallo-morto, I sette ladri, L'infante Margherita, Dammi il velo, La Mamma Draga, La Bella dei sette cedri, La Reginetta schifiltosa. Adesso le sapeva a memoria anche lei e le comprendeva meglio. Le fanciulle leggiadre, fossero nate sul trono o nelle capanne, facevano degli uomini quel che volevano; e invano essi cercavano sottrarsi al loro potere. L'indovino, in cambio d'uno scialletto che Povera Bella gli dava, le prediceva che sarebbe stata moglie del figliuolo del re; e il figliuolo del re, udito quel discorso dal balcone, si metteva a beffeggiarla:

— Lo scialletto lo perdesti!

Ma il figlio del re non l'avesti!