— Lo sappiamo, lo sappiamo che spasseggia sotto le tue finestre!...

Lei si fece di bragia. Adesso lo guardava di nascosto, e abbassava gli occhi quando si vedeva guardata da lui. Un giorno, visitando tutta la casa del barone, insieme col nonno e tanti altri, entrarono nella sua camera.

C'era una scansia piena di libri; un cannocchiale da teatro tutto di madreperla sul tavolo e delle spade appese in croce al muro. Luigi le porse quel cannocchiale per vedere un vapore che veniva dal Capo e se ne andava verso Messina, con una striscia di fumo in mezzo al mare. Così la seconda volta che Maria fece sentire un piccolo colpo di tosse d'intelligenza intanto che si parlava di lui, ella la prese in disparte e le disse, freddamente:

— Sai, questi scherzi sono stupidi; adesso non siamo più delle bambine!

Ora aveva compiti tredici anni e voleva stare fra le signorine. Per questo finì col rinunziare alla sua parte nella commedia, prendendosi invece l'incarico di aiutare le altre nella toletta.

La rappresentazione fu un trionfo per Laura; gli spettatori avevano le mani rosse, dal tanto applaudire, e due giorni dopo, aprendo la Gazzetta di Messina, lei vi lesse il resoconto dello spettacolo. «La piccola Laura Uzeda destò il generale entusiasmo. Con la sua figura espressiva, con una vis comica degna di un'attrice consumata, fu l'enfant gatée dello scelto uditorio...»

— Laura!... Laura!... — si mise a urlare. — Sei nella gazzetta!... Guarda, leggi!... Nonno!... dov'è il nonno?... È nella gazzetta! è nella gazzetta!...

Sui giornali ci sarebbe stata anche lei, più tardi. Non stampavano, quando si davano delle feste dal Prefetto, o alla Borsa, o in case private, i nomi delle signore più belle? «La marchesa Grifeo, sempre elegante; la signora Tucker, uno splendore di bruna, la Marignoli che sembra la sorella della sua avvenentissima figlia...» Lei conosceva così di nome tutta la società messinese, ne parlava con quanti venivano dalla città e li lasciava tutti a bocca aperta.

Ah! se il nonno l'avesse contentata! Adesso che le vigne al Gelso erano tutte piantate e che il Senato era a Firenze, egli vi andava spesso; ma non le conduceva neppure fino a Messina, un po' col pretesto della strada lunga, dicendo di voler aspettar la ferrovia che non costruivano mai, un po' sostenendo che era il tempo dello studio fecondo, dell'applicazione seria, e non degli svaghi. Come se, a non voler studiare, fossero indispensabili le distrazioni!

Al contrario, se l'avessero condotta a Messina, lei avrebbe giurato di risolvere cinquanta problemi in una volta e di tradurre tutte le avventure di Telemaco! Voleva andare a Messina, era necessario che v'andasse, per non restare come una grulla quando Luigi parlava del teatro Vittorio Emanuele e del Duomo, della Villa e del Faro. E, con lunghi sospiri, guardava il mare, la rada azzurra chiusa dai monti lontani.