— Va bene così?
— Va bene... ma fermi tutti gli altri!... Non ne facciamo niente!...
Venne fuori, sudato, sbuffando, e cominciò a metter lui a posto la gente. Giunto vicino a lei, le prese il capo fra le mani, fermandolo nella posizione giusta: ella si fece rossa. Adesso, nascosto di nuovo sotto il manto, gridava: «Fermi tutti!...» e cavava il tappo della lente; per non venire troppo di sbieco, lei si voltò impercettibilmente.
Quando la fotografia fu incollata sul cartone e ciascuno potè vederla, scoppiarono le lagnanze; ma Luigi Accardi protestava:
— Se non volevano sentire!... Chi è stato fermo è venuto bene!... La piccola Uzeda guardate!... invece, la grande...
— Brrr!...
Ella scoppiò a ridere, vedendosi con tre teste annebbiate.
— Se non stava ferma un momento!... — protestò lui, arrossendo.
Però volle fargliene un altro apposta, da sola. Riuscì una bellezza. Dopo averne mandato una copia alla zia Carlotta e un'altra al babbo, lei ne volle una per sè. L'aveva serbata dentro il cassetto del comodino, e ogni mattina, ancora a letto, o appena levata, lo cavava fuori, restando un pezzo a guardarsi; c'era la firma di Luigi, fatta con l'inchiostro rosso, in un angolo. Un giorno che era alla finestra, sussultò, vedendolo passare e levar gli occhi. Da quella volta egli si mise a seguirla da per tutto; e quando lo scorgeva, il cuore le batteva forte forte. Pensava ancora a Niccolino Francia, ma Luigi era più grande, più nobile, e le pareva più bello.
In inverno, i ragazzi si riunirono di nuovo, per recitare la commedia in casa di lui. C'era un bel salone mutato in teatro; egli stesso aveva dipinte le scene — sapeva far tante cose! — e intanto le mamme preparavano i costumi. A Lauretta era toccata una particina, e tutti se la mangiavano a baci, tanto faceva bene. Lei rifiutò due parti: la prima perchè troppo lunga, la seconda troppo breve. Luigi, che s'infastidiva facilmente, aveva con lei una gran pazienza, la contentava in tutto, tanto che Maria Ferla un giorno le disse: