— Ebbene, nonno, prenderò quel che vuoi... non t'inquietare!...
Ella s'era messa accanto al letto della sorellina e non si muoveva più di lì. Vedendo quelle povere guancie consumate dalla febbre, toccando quelle manine ardenti, si sentiva struggere di tenerezza; avrebbe voluto prendere lei stessa il suo male, le avrebbe dato un poco del suo sangue. La sera, curvandosi a baciarla, prima d'andare a letto, le diceva:
— A domani, sorellina; ma guarita, veh!... E se guarita proprio proprio non è possibile, migliorata almeno, con una febbricina leggiera leggiera, e poi più leggiera ancora, fin quando non avrai più niente, non è vero?... Allora, vorremo divertirci, sai!... Le belle passeggiate che faremo, i regali che strapperemo al nonno: vedrai!...
Invece la febbre non cessava. Adesso, per ordine del dottore, una volta il giorno avvolgevano quel povero corpo stremato dal male in un lenzuolo imbevuto d'acqua e aceto: la malatina rabbrividiva, batteva i denti, tremava, cogli occhi socchiusi che parevano rovesciarsi, ma senza lamenti, senza impazienze, pregando soltanto il nonno di non insistere a volerle dare del cibo.
Il babbo non sapeva ancora nulla; fu lei stessa che gli scrisse. Allora cominciarono a piovere dei telegrammi, due il giorno, ai quali bisognava rispondere subito. Ma perchè non veniva lui stesso? Che cosa poteva trattenere un padre dall'accorrere al letto d'una figliuola in quello stato? Ed ella l'accusava sordamente, comprendeva che il nonno non parlasse mai di lui.
Pareva che quella febbre non dovesse cedere mai; invece un giorno cominciò a declinare, e a poco a poco scomparve.
— Hai visto?... Hai visto?... — esclamava, carezzando il visino pallido della sorellina. — Te lo dicevo io che saresti guarita?... E quando questa testina e quegli occhioni dicevano di no, di no, come se le febbri durassero eterne?...
Una convalescenza interminabile, intanto. Passò un mese prima che Laura potesse fare un giro per le stanze, un altro prima che potesse uscire in carrozza chiusa.
Come veniva l'inverno, per distrarla il nonno ebbe un'idea: invitò i suoi amici a passare la sera in casa sua. Venivano i Giuntini, i Ferla, tanti altri, e conducevano tutti i figli; si giuocava alla tombola, al sette e mezzo, al lansquenet. Luigi Accardi non mancava mai. Una sera che le si era seduto accanto, ella sentì afferrarsi la mano sotto il tavolo. Le parve d'udire un forte zufolìo, sentì freddo, poi una vampa che le saliva alla fronte. La notte non potè dormire: un'angoscia deliziosa le invadeva il cuore; ella si diceva raggomitolandosi sotto le coltri: «Mi ama! Mi ama!... Com'è bello!... Quanto bene gli voglio!...» e sorrideva pensando all'audacia con cui egli aveva sfidato un pericolo.
Adesso, egli armeggiava sempre per sederle vicino, e le mani s'annodavano, si stringevano, si accarezzavano. Tratto tratto, ella svincolava la sua per non dar sospetto; ma doveva fare uno sforzo, perchè egli non voleva lasciarla. Quando non erano seduti accanto, la guardava a lungo, intensamente, cogli sguardi umidi, come se volesse penetrarla tutta; ella lo guardava di sfuggita, rapidamente, e il seno le si dilatava dalla felicità, gli occhi le ridevano, non poteva star ferma, andava vicino a Laura tutta avvolta in uno scialletto, le stampava dei baci sonori sulla fronte e sulle guancie.