Un giorno che erano sole, Laura fu più premurosa del consueto:
— Va' fuori sola... fammi questo piacere! Se no, mi par d'essere più ammalata... Va'... — e sorridendo aggiunse: — Va', t'aspetta Luigi Accardi...
Ella sentì tutto il sangue affluirle al volto. Con un sorriso d'indulgenza quasi materna. Laura riprese:
— Non ti far rossa.... che c'è di male?... credevi che non me ne fossi accorta?
Allora ella l'abbracciò fitta, nascondendole la testa sul seno.
— È vero, sì o no, che gli vuoi bene?
— È vero...
E le confidò tutto. Era la prima volta che parlava di queste cose. Guardava l'uscio, per paura che sopravvenisse qualcuno: guardava la sorella con un altro occhio; le pareva che vi fosse qualcosa di mutato d'intorno.
Dopo quella confessione, non le nascose più nulla. Lauretta stava ad ascoltarla, tra seria e indulgente, col capo avvolto in un fazzoletto, come una vecchina, quasi quelle felicità e quelle disperazioni non fossero per lei. E si faceva forza per accompagnarla, usciva in carrozza chiusa, sepolta sotto le coperte, tossicolando.
Ella la divorava di baci, dalla gratitudine; non pensava che potesse soffrire, e quando la sentiva tossire, si diceva: «È la stagione; quando verrà l'estate non avrà più nulla.»