Lo zio leggeva continuamente dei romanzi che mandava a prendere da un gabinetto di lettura o che gli prestavano i suoi amici. Ve ne erano degli antichi in uno scaffale confinato in una retrostanza; ma la zia le aveva proibito di toccarli. Per un certo tempo ella obbedì; poi la tentazione fu più forte; non poteva mica restare le intere giornate a pianoforte, o dinanzi al cavalletto, o a ripassare con Miss delle lezioni che sapeva a memoria. Prese così qualcuno di quei volumi e lo divorò di nascosto.

Vi erano i Tre Moschettieri, in francese, un'edizione a due colonne con delle illustrazioni in legno. Restò come intontita da quella lettura; per un pezzo, in tutti gli uomini che vedeva cercava delle rassomiglianze con qualcuno degli eroi del libro. Che simpatia!... Però, Porthos era un poco volgare e Aramis infinto, quantunque avesse una gran cura della propria persona — ed ella provava a tener le mani alzate, per farle venire più bianche, come faceva il moschettiere. D'Artagnan sarebbe stato il più simpatico senza certe cose un po' troppo buffe: e lei non voleva ridere. Athos, nobile, cavalleresco, malinconico, aveva tutte le sue preferenze. Ella pensava che vi dovessero essere ancora degli uomini così disinteressati, così arditi, così eroici, sempre pronti a metter mano alla spada, a sfidare ogni pericolo, per il sorriso d'una donna, per un capriccio, per una fantasia... Vi erano dei volumi di Paul de Kock; li aveva letti ridendo, buttandoli poi in un canto, indispettita contro sè stessa. Non glie ne rimaneva nulla, tranne la seduzione della vita parigina. Aveva messo le mani sopra Giuseppe Balsamo e sopra il Conte di Montecristo, la sua meraviglia, il suo piacere crescevano a dismisura; ella viveva di quelle letture, dimenticava per esse le amiche, le distrazioni, l'appetito. E i Misteri di Parigi! I Miserabili! Però la parte filosofica di questo romanzo le seccava un poco. C'era ancora del Féval, del Bernard, del D'Arlincourt; ella divorava tutto, fremente di curiosità, di emozioni soffocate. Imaginava vagamente i luoghi descritti, vedeva gli eroi presentati dai romanzieri, s'innamorava di Rodolfo, di Mario; e il ricordo di Luigi Accardi finiva di dileguarsi. Sulla fede di quei libri, ella sognava fatalità inesorabili, eroismi inauditi, strazii ineffabili, gioie celesti. Tutte le predizioni si avveravano, gli uomini lottavano invano contro il destino; ma l'amore infiorava la vita, era il compenso di tutte le pene. Che importavano le ricchezze? V'erano dei giovani che sotto un vestito lacero avevano un cuore di eroe; e poi, essi le acquistavano, le ricchezze e le posizioni altissime, perchè ne erano degni! Se fosse stato uno di questi il professore che le avevano trovato finalmente?...

Il professore era un uomo d'età: corto di statura, con una foresta di capelli e gli occhiali d'oro. Aveva preso a spiegare Omero e Virgilio; ma quello studio, malgrado lo zelo che vi spiegava, non le riesciva gradito. Tutta quella gente era troppo antica, troppo diversa da quella che ella vedeva od imaginava: e confondeva i nomi, incontrava troppe parole difficili, non le era entrato in mente quale dei due autori fosse il latino e quale il greco.

La storia le piaceva di più; sopra tutto la moderna, quella del riscatto nazionale; e le gesta dei Savoia, la magnanimità di re che avevano cimentato il trono per dare una patria agl'Italiani, di principi che avevano pugnato pel loro paese, le davano dei fremiti d'entusiasmo.

Con piacere più grande svolgeva i temi dei componimenti, ne riceveva arrossendo le lodi dal professore, il quale, alle domande dello zio, rispondeva:

— Va bene, molto bene... anzi troppo!... C'è troppa fantasia!...

Ella descriveva a lungo, minutamente, dei campi di battaglia, delle foreste vergini, dei naufragi, tutte cose che non aveva mai viste, ma delle quali si formava un'idea. La lettura dei romanzi le dava molto aiuto; ma il professore, un pedante, cancellava delle frasi che ella aveva viste stampate, che le parevano piene d'eleganza e d'efficacia, e che lui dichiarava infranciosate. Ella scriveva: la vita sentimentale, e il professore correggeva: la vita del cuore e della mente. Però, tornava con nuova lena alle sue letture; le osservazioni del maestro, i rimproveri dei parenti glie le facevano amare di più.

— Lascia stare cotesti libri — diceva la zia. — Ti guasteranno la testa...

— Perchè? Come se io non sapessi qual'è la finzione e quale la verità!...

E voleva sapere se il cavaliere di Maison-Rouge era realmente esistito, se la storia di Montecristo era vera; nella carta geografica, cercava l'isoletta, avrebbe voluto andarvi qualche volta.