Quando il vapore cominciò a muoversi, ed uscì dal porto, e sfilò lungo la Marina, dinanzi alla linea del paese che finiva sotto i Cappuccini, ella restò a guardare tutti quei luoghi, col cuore chiuso, cogli occhi cocenti. Cercava la sua casa, dov'erano successi tanti avvenimenti; San Francesco di Paola, dove riposavano la mamma e la sorella, la villa del Capo, la Lanterna, la spiaggia remota di San Papino... e quando tutte quelle cose furono scomparse, e restò solo il mare d'un azzurro così carico che pareva quasi nero, ella ebbe freddo e paura.
VI.
Erano tristi pure i primi giorni di Palermo, ma d'una tristezza diversa. Anche a restare in casa, il frastuono della città, il movimento che si sorprendeva dalle finestre, il succedersi dei visi nuovi procuravano delle distrazioni involontarie. Poi, col nonno, quantunque fosse tanto buono, ella non si poteva intendere così bene come con la zia.
Le condizioni della sua salute richiedevano che ella facesse molto moto; così la mattina a buon'ora andava fuori; giravano a lungo pei negozii, o si facevano lasciare in carrozza al Giardino Inglese, all'Olivuzza, ai Quattro Canti di campagna, donde ritornavano a piedi.
La morta era sempre fra loro; però non ne parlavan mai. Ella non voleva lasciare il lutto: sapeva che dopo sei mesi avrebbe potuto smettere quello grave, ma contava di portarlo per degli anni, per sempre. Sorrideva tristamente, quando si guardava allo specchio, quando apprezzava, senza volerlo, il risalto che le vesti nere davano alla sua carnagione rosea, ai suoi capelli d'oro. Le pareva che quella salute, che quella bellezza fossero un'irriverenza verso la sua povera sorellina morta: avrebbe voluto che il suo viso esprimesse ciò che il suo cuore sentiva; provava un senso di contrarietà quando si sentiva ripetere che aveva un aspetto fiorente.
Suo padre viaggiava in quel momento; quando tornò s'incontrarono ancora; un giorno ella andò a desinare da lui, Miss non aveva più la consegna d'opporsi. Ma in presenza della donna che aveva fatto soffrir tanto la sua mamma, che aveva distrutta la sua famiglia, ella sentì risvegliarsi il rancore antico. Colei le prodigò delle carezze, delle moine; ella restò tutta fredda sotto quei baci. Suo figlio, che adesso aveva sette anni, era un ragazzo malavvezzo; fece mille monellerie, guardandola di traverso; a lei non entrava in mente che fosse suo fratello. Il babbo era sempre così compito e così contenuto come un estraneo, e le dava tanta soggezione che, potendo, ella evitava di tornare in quella casa.
La zia era molto legata con la contessa di Viscari; la figlia di lei, Giulia, le ispirò una simpatia istintiva; dopo pochi giorni strinsero amicizia. Giulia era bruna, alta, un po' irregolare in viso; ma piena d'espressione, vivace, briosa; ed elegante, aristocratica fino alla punta dei capelli. Ella sognava di farsene un'altra sorella; e a poco a poco il suo sogno si mutava in realtà. Malgrado la sapesse venuta dal fondo d'un paesuccio di provincia, Giulia le chiedeva dei consigli, faceva un gran conto dei suoi giudizii: si scoprivano dei gusti identici, gli stessi ideali. Però le lodi che l'amica le prodigava per la sua bellezza, per la sua coltura, pel suo spirito, non la rassicuravano molto; ella guardava le altre signorine della società palermitana con una timidezza secreta, pensando che dovevano essere tanto superiori a lei.
— Come t'inganni! — esclamava Giulia. — Ti farò conoscere io una che fa per te.
Era Bice Emanuele: una ragazza pallida, malinconica, senza mamma come lei. Ma quanto buona e intelligente! Tutt'e tre, si giurarono un'amicizia eterna; più tardi, Enrichetta Geremia, la figlia del conte di Tolosa, entrò nella loro piccola côterie. Ella voleva a tutte un bene dell'anima; soffriva e gioiva per esse più che per sè stessa: imaginando la morte di una di quelle dolci compagne, si diceva che avrebbe portato il lutto come per una sorella.
Quando non era con le amiche, ella passava il suo tempo studiando. Non s'era trovato ancora un professore di lettere; venivano invece i maestri di musica e di disegno. Per riposarsi dallo studio, lavorava con la zia a dei minuti ricami, alle frivolità.