Caduta sopra una poltrona, ella aveva perduto i sensi. Le convulsioni la ripresero, restò lunghi giorni a letto. Adesso venivano le visite: erano il nonno ed il babbo che le ricevevano, vestiti a nero, con le voci rauche. Parlavano tutti piano, l'uscio di casa restava aperto, non si udiva suono di campanello, entrava chi voleva; e Stefana, venendo al suo capezzale, le riferiva i nomi delle persone che erano di là. Venne anche Luigi Accardi, coi suoi; ma quel nome non le fece nessun effetto: le pareva che fosse passato tanto tempo! Aveva un gran vuoto nella testa.
Il babbo partì, poi vennero gli zii di Palermo; nulla rompeva la tristezza di quella casa, niente leniva il dolore di lei.
Il dottore disse un giorno:
— Perchè non ve ne andate fuori? Sarà la miglior medicina!...
E come tutti restavano in silenzio, riprese:
— Andate via, andate a Palermo; svagatevi un poco... Volete che anche quest'altra creatura pigli un malanno serio, si assoggetti a questi disturbi?
La zia insisteva anche lei, diceva che il soggiorno di Palermo era necessario per completare l'istruzione di Teresa, per farle vedere un poco il mondo. Ella udiva quei discorsi, indifferente, senza dir nulla, come se si trattasse di un'altra.
Così fu decisa la sua partenza insieme con Miss; il nonno volle restare, non ci fu modo d'indurlo.
— Sono vecchio... voglio restar qui... Vi dico di no.
Prima di partire, andarono con la zia e con Miss, in carrozza chiusa, su a San Francesco di Paola. Inginocchiate dinanzi alla lapide bianca, empirono la chiesa di sommesse querele, di singhiozzi soffocati. Poi si divisero in pianto dal nonno; egli baciò a lungo in fronte la nipotina.