Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina! Si ribellava all'ingiustizia di quell'uomo: che cosa gli aveva fatto per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si degnasse di pronunziarsi?

Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca, egli era stato educato in Germania, e nell'abito, nelle maniere, nell'aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri. Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva amabilmente all'altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui era volubile, faceva il gallo della Checca — secondo l'espressione di Giulia Viscari — e con un'amarezza sconfortata ella si diceva: «Come sono gli uomini!...» Di preferenza, ronzavano attorno alle signore maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato era con la Filaruta; Pietro di Santà aveva compromessa la Carosia, Caimi aveva tante donne, ballerine, attrici, le altre...

Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti, tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse, non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere nei loro occhi il secreto della loro vita.

Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni. Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane, cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei, entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo, e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le due teste lontane:

— Chissà che cosa fanno le mani, adesso!...

Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi; poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza.

Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva:

— La signorina ama molto la Germania!...

— Sì, per l'appunto; è una nazione seria.

— Ma pesante, via, ne convenga!