— Eh! eh!... — tossicchiò lo zio.
— Perchè?... — chiese lei arrossendo un poco.
— È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente?
— Assolutamente.
— Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti?
Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa: era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: figlia mia?...
Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione. Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti, dimenticava la realtà circostante — e ritrovandosi a un tratto in mezzo ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla, comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune, si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un cuore come il suo? Chi poteva comprenderla?
Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo. E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima, Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli: «Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta, si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare, nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare?
Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo, la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre, le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata.
— Che dicevate di bello? — chiese ella, appoggiandosi al braccio di Giulia.