— Io? No... Perchè dovrei soffrire?
Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta, si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi, le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola?
— Mio Dio!... Mio Dio!...
Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?... Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?... Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male, si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi, fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra. Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi, dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo, annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il primo venuto, la folla!...
Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a quell'altra?
Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì, dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini, ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare, a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti.
— Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non t'ama... Grulla, hai visto?
E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse Enrico Sartana.
— Oh, voi!...
Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva: