— Eh, sai!... Bisogna adattarsi!...

Bice Emanuele e Anna Sortino erano sempre quelle d'un tempo: una tutta poesia, l'altra tutta prosa. Del resto, Anna era anche lei fidanzata, col marchese Pucci; talchè Giulia restava sempre la sua fida compagna. Le aveva presentato suo marito: un bell'uomo, un po' troppo forte secondo il suo gusto, ma pieno di forme; e stavano sempre insieme, come sorelle. La società, intorno ad esse, non era mutata: la Gelia, un poco più vecchia, era sempre circondata da antichi amici e da nuovi sospiranti; Matilde Gerosa aveva una febbre più ardente negli occhi misteriosi, ed al suo apparire, come prima, un senso di pauroso rispetto faceva ammutolire i più ciarlieri. Enrico Sartana era sempre fuori e non aveva ancora preso moglie; sua madre veniva spesso a far visita alla zia, come se nulla fosse accaduto tra loro: la prima volta che la vide, l'abbracciò con effusione, la chiamò figlia mia, come un tempo. Il babbo stava a Venezia, si diceva anzi che non sarebbe più tornato in Sicilia. E i Crociati eran sempre gli stessi; però ella scorgeva, centro di attrazione di tutti gli sguardi, un giovane sconosciuto, elegantissimo, che s'incontrava dovunque, in carrozza, guidando una meravigliosa quadriglia di roani, o fermo in sella come una figura da romanzo illustrato, o a piedi tra lo stormo degli altri Crociati.

— Chi è quello li? — aveva chiesto all'amica.

Giulia sorrise un poco, prima di rispondere.

— Guglielmo Duffredi... Duffredi di Casàura... Ti viene proprio nuovo?

— Assolutamente!

— Credevo che lo conoscessi... Sai cosa si dice? Che tuo nonno t'ha condotta qui perchè egli ti veda...

Ella si morse le labbra. Ancora un'esibizione, ancora un'offerta che facevano di lei. Ma il corruccio, questa volta, svaniva in un grande stupore. Quell'uomo che era fra i più invidiati in tutta Palermo, avrebbe potuto dunque divenire suo marito? Lo stupore cresceva, mano mano che ella apprendeva qualche cosa di nuovo sulla sua ricchezza, sul lusso di cui si circondava, sui suoi successi mondani, sui suoi viaggi a Londra, a Pietroburgo, sui rifiuti che aveva opposti a partiti più vantaggiosi di quello di lei. Era d'una nobiltà quasi regale: i Duffredi discendevano da Umfredo, figlio naturale di Drogone d'Altavilla conte di Puglia, uno dei tanti fratelli di Roberto il Guiscardo, i fondatori della dinastia Normanna! E la zia e lo zio, con un'aria di mistero, parlavano di quel progetto, convenivano che il nonno aveva avuto ragione, perchè un matrimonio come quello lì era il sogno di tutte le ragazze. Adesso, avevano la casa in rivoluzione: i decoratori, i tappezzieri, i fornitori d'ogni genere andavano e venivano tutto il giorno; si facevano preparativi grandiosi per il carnevale, per delle feste in cui i due giovani dovevano incontrarsi. E la voce si spargeva, dei complimenti le venivano sussurrati all'orecchio; però, quando ella incontrava Duffredi, egli non la guardava neppure, tirava dritto, sferzando i cavalli o confabulando cogli amici. L'interesse e la curiosità di lei crescevano, miste a un dispetto, a una specie di sfida ch'ella lanciava a sè stessa. Perchè non la notava? La trattava come una provinciale? Non era buona ad attirarlo?...

E la sera che le fu presentato, intanto che il giovane s'inchinava, ella abbassò appena il capo, di traverso, continuando a parlare con Giulia, animatamente, di tante cose, senza però saper troppo bene quel che diceva, guardando con la coda dell'occhio lui, che la guardava anch'egli, da lontano. Pieno di distinzione, di eleganza, con la sua carnagione leggermente dorata, coi suoi capelli nerissimi, i baffi castagni, quasi biondi, il viso magro, il naso affilato, un po' troppo lungo, ma di razza...

I giovanotti cominciavano a sollecitare gl'impegni; nessuno però veniva da lei, con la tacita intesa che ella dovesse ballare col pretendente; però non veniva neppur lui, occupato a discutere in un gruppo, dinanzi a un balcone, a voce un poco alta. Le si appressò, infine, quando stavano per dare il segnale della danza.