— Cos'hai?... Sei in collera?...

E le prese delicatamente una mano, guardandola negli occhi. Ella cominciò a tremare, intanto che il giovane le girava un braccio attorno alla vita, accostava la sua guancia alla sua, appoggiava tempia contro tempia.

— Poverina... Poverina...

E con un impeto frenato, cominciò a suggerla a baci. Ella avrebbe voluto dirgli: «Sì, sono tua!... tutta tua!...» dalla gratitudine per quella buona parola; ma sottraendo un poco le sue guancie e le sue labbra al fuoco di quei baci, chiedeva invece, sollevando lo sguardo fino agli occhi di lui:

— Mi vuoi bene, di', mi vuoi bene?

— Sì... sì...

La voce del nonno si avvicinava; egli si ricompose dicendo un gesto di fastidio. Però ella uscì trionfante da quella casa, dalla sua casa, vedendo fugati tutti i suoi dubbii, guardando all'avvenire con fede sicura. Trovava Duffredi fatto secondo i suoi desiderii; non era molto istruito, ma possedeva una grande competenza mondana, conosceva la genealogia delle più grandi famiglie d'Europa, era amico di diplomatici, di ufficiali stranieri; sapeva la storia di tutti i cavalli vincitori del Derby e del Grand Prix; e certi giorni che il discorso s'avviava su qualcuno di quei temi, non finiva più di parlare, allegro, vivace; certi altri, però, un pensiero molesto errava sulla sua fronte. Non s'occupava dei preparativi del matrimonio, diceva: «Fate voi... fate come volete...» poi si correggeva: «Come vuole Teresa.» Questo temperava per lei la brutta impressione del fate voi quasi annoiato. Ella si diceva che bisognava prenderlo col suo carattere, com'era fatto. Quella sua specie di freddezza stanca accresceva il valore delle sue lodi; una volta le aveva detto: «Come sei bellina!...» un'altra l'aveva trovata elegante. Ma le incertezze di lei rinascevano, per un voi datole invece del tu, per un rifiuto di andar fuori con lei a far delle compere. Quando egli aveva espresso un proposito, vi si ostinava; ella restava un giorno di malumore. Poi si consolava ancora se egli era più espansivo, più affettuoso, come il giorno che andarono alla sua villa di Misilmeri. Era fuori del paesetto, in una posizione amenissima, in mezzo a giardini d'aranci. Mentre ne facevano il giro, Guglielmo le diceva che vi avrebbero passato il venturo autunno, perchè in inverno, se lo zio marchese stava meglio, se ne sarebbero andati a Roma, vi avrebbero messo casa. E in giardino, come furono soli, la baciò a lungo, abbracciandola fitta, ripetendole che le voleva tanto bene. Così, ella non s'inquietava più, se talvolta delle ombre pareva velassero la fronte di lui, se restava qualche giorno senza venire: era sicura dell'amor suo, era felicissima. Egli pareva impaziente che i preparativi fossero finiti, affrettò la sottoscrizione del contratto. Fu una festa intima, coi soli parenti e qualche amico appena. Il nonno le costituiva in dote la Rocca, il Gelso e le altre proprietà che aveva acquistate di recente; il babbo le assicurava una rendita di cinquemila lire: tutt'insieme un valore che s'avvicinava al milione. Ella comprendeva poco dei patti stipulati, dei termini curialeschi; sapeva che da quel momento, dal momento che avevano firmato, erano marito e moglie. Guglielmo le restava a fianco, dinanzi al balcone, parlando dell'avvenire, del giorno che sarebbero stati uniti per davvero, del viaggio di nozze che avrebbero fatto, appena sposati, fino a Parigi.

— Faremo presto... appena sarò tornato...

Ella credè d'aver udito male.

— Tornato?... Tu vai dunque via?...