Quando i fogli pubblici diedero notizia che, chiusa l'istruttoria, sulle concordi confessioni della Natzichev e di Zakunine la contessa d'Arda era stata assassinata dalla nihilista e che l'atto d'accusa avrebbe deferito la rea al giudizio dei giurati, la curiosità del pubblico, cresciuta a dismisura negli ultimi giorni, s'acquetò finalmente. I negatori del suicidio trionfavano vedendo confermati i ragionamenti opposti all'improbabile ipotesi; nè gli altri erano del tutto sconfitti, perchè, nonostante la secretezza delle indagini giudiziarie, già si risapeva come Alessandra Natzichev uccidendo la contessa non avesse fatto se non obbedire al desiderio, quasi all'ingiunzione della disperata sua vittima.

Ciò non temperava i giudizii dei quali l'assassina era segno. Al motivo da lei addotto si credeva solo in parte; che ella avesse uccisa la disgraziata italiana soltanto per liberare il compagno di fede e restituirlo al partito, pareva credibile a chi dello zelo partigiano aveva l'idea più trista; i più riconoscevano che lo zelo della settaria unitamente con la gelosia dell'amante avevano determinato il delitto. Ma se la ferocia della ribelle incuteva terrore, la gelosia dell'amante non era già perdonata: i più indulgenti verso i delitti d'amore negavano alla passione della nihilista ogni buona qualità, la giudicavano fredda, dura e selvaggia.

E mentre la figura di lei restava così sotto una fosca luce, i denigratori di Zakunine, senza ricredersi del tutto, riconoscevano la sua innocenza. Non si ricredevano interamente perchè vedevano lui all'origine di tutti quei danni; della sola materiale responsabilità del delitto egli restava sgravato. Anche i suoi tentativi di salvare l'assassina gli erano ascritti dai più indulgenti a favore, sebbene i più severi glie ne facessero un addebito: correndo il rischio d'essere condannato con lei per tentar di salvarla, non confermava egli stesso nel modo più evidente che erano entrambi passibili dell'identica pena? L'unanime sentimento dava infine ragione a Roberto Vérod, che contro tutte le apparenze aveva insistito a credere nel delitto e riusciva così a vendicare l'amante.

Mentre i curiosi aspettavano pertanto con più tranquillità di vedere l'ultima scena del dramma al pubblico dibattimento, solo il Vérod restava nell'ansia.

Se dinanzi al cadavere di Fiorenza egli aveva sentito schiantarsi il cuore, se all'incredibile idea di non vederla mai più era stato sul punto d'impazzire, se l'impotenza di vendicarla lo aveva roso, se la paura di averla egli stesso fatta morire era venuta ad aggravare con l'atroce rimorso il suo già troppo grave dolore, egli poteva credersi giunto al termine delle prove crudeli; ma un nuovo orrore lo aveva tosto occupato. Nel punto d'accusare i due Russi egli aveva già sentito un secreto imbarazzo, come una paura di rivelare la sua amicizia per la contessa; ma il sentimento di morale pudore che gl'impediva di narrare quest'intima storia era rimasto soffocato e vinto dall'impeto vendicativo. Narrandola, egli aveva temuto che il magistrato non credesse alla purezza della passione infelice; ma, anche dimostrata questa purezza, gli era parso come di macchiarla. Aveva egli diritto di rivelare il secreto d'un'anima? Se quest'anima aveva nascosto non solamente agli altri ma quasi a sè stessa il proprio secreto, poteva egli rivelarlo? Ed egli, egli che sapeva gli scrupoli dell'anima adorata, che li aveva compresi e rispettati, a questo ora riusciva: che tutti parlavano di lui come d'un nuovo amante della morta….

Portando l'accusa egli non aveva pensato che un giorno le cose dette al magistrato si sarebbero risapute dalla folla; che dinanzi a una folla accesa di curiosità malsana egli avrebbe dovuto ripeterle; che il nome della creatura amata sarebbe corso di bocca in bocca, che le dimostrazioni dell'innocenza dell'amor loro non avrebbero ottenuto credenza, che dopo essere stato causa di tanta ambascia all'amata in vita, egli stesso avrebbe posto opera ad avvilirne il ricordo. Nel bisogno della vendetta, nell'accesso dell'odio contro i malfattori, non aveva previsto queste naturali conseguenze della propria condotta; vedendole prodursi il suo tormento era cresciuto fuor di misura. La vittima innocente era da tanti coinvolta nel disprezzo che gravava sopra i suoi tormentatori; alcuni perfino dicevano che se l'Italiana era stata uccisa, la triste sorte era meritata della vita trista!…

Che importava se la verità si sarebbe un giorno affermata? Come placare la memoria della innocente profanata ed avvilita? Dinanzi a tutti, il giorno del dibattimento, doveva egli attestar sulla croce l'innocenza di lei? Non doveva egli piuttosto desiderare che il processo non si facesse e dichiarare il proprio inganno e riconoscere che l'innocente s'era uccisa, per non essere obbligato a rivelare dinanzi alla cupida folla il secreto dell'anima amata?

Il contrasto fra i due doveri dei quali egli sentiva il peso, del dovere di vendicare la morta insistendo nell'accusa e quello di rispettarne la memoria tacendo, si sarebbe dovuto comporre all'annuncio della confessione della rea. Invece in quello stesso punto cresceva.

La morale certezza dell'impossibilità del suicidio lo aveva spinto ad accusare i due Russi, ma egli non aveva saputo dire su quale dei due il sospetto doveva principalmente cadere. Udendo che la Natzichev assumeva la responsabilità del delitto, questo risultato lo lasciava ora altrettanto scontento quanto l'avrebbe scontentato la conferma del suicidio. Vedendo provata l'innocenza di Zakunine, egli sentiva ora d'aver lanciato l'accusa in odio a lui direttamente; una secreta voce gli diceva che l'assassino era lui. A quell'uomo, non alla donna, egli sentiva di dover chiedere conto della morte della infelice; l'ambiguo sospetto ora si determinava; egli riconosceva d'avere sbagliato non rivolgendo il magistrato fin dal principio contro quell'uomo soltanto….

Poteva egli ancora riparare al mal fatto? Se, per una secreta ragione, per salvare il compagno di fede, la nihilista aveva confessato un delitto che non aveva commesso, doveva egli insistere nell'accusa contro Zakunine? Ora che la giustizia e la pubblica opinione s'acquetavano vedendo logicamente spiegato il mistero, come avrebbe egli potuto sorgere ancora a negare la spiegazione, a denunciare il supposto eroismo della giovane, la supposta infamia dell'assassino che lasciava pagare alla innocente per amor di salvarsi?… Se avesse fatto così, egli stesso avrebbe dato ragione a chi lo diceva amante fortunato della morta e geloso rivale del principe! Quanto più zelo avrebbe messo nell'accusare quest'ultimo ora che l'innocenza ne pareva dimostrata, tanto più naturalmente si sarebbe creduto che soltanto il cieco odio lo animava, e spiegato con l'amor suo per la morta quest'odio e questo bisogno di vendetta! Mentre la confessione della Natzichev faceva dimenticare la passione di lui e permetteva di evitarne le testimonianze, egli doveva, per dichiarare mentita questa confessione, intervenire ancora più attivamente, insistere nel sentimento che lo aveva unito alla contessa, esporlo ai sospetti profanatori!… Ma, per evitare il danno intollerabile, egli doveva pure, tacendo, ammettere che Zakunine fosse innocente; e a quest'idea tutto l'essere suo insorgeva: no! se c'era un colpevole era lui! non poteva esser altri che lui!…