Se c'era un colpevole!… Infatti, posto che egli avesse denunziato ai giudici la menzogna della Natzichev, come avrebbe potuto convincerli poi della colpa di Zakunine? Se la innocente s'incolpava per salvare il reo, come indurre il reo alla confessione? Mancando le testimonianze, solo la confessione d'uno dei due sospettati poteva escludere il suicidio: negato valore alle dichiarazioni della nihilista e non potendo indurre il suo compagno ad incolparsi, questo risultato sarebbe stato inevitabile: che il giudice sarebbe tornato ad affermare la morte volontaria!
Così, da qualunque lato egli volgevasi, a qualunque partito pensava d'apprendersi, il danno era certo. Che l'istinto lo ingannasse, che l'odio soltanto lo spingesse contro Zakunine, egli negava a sè stesso. Se avesse potuto ispirare al giudice una certezza così salda come la propria, la condanna di quell'uomo sarebbe stata immancabile. E troppo grave, troppo triste era che l'omicida andasse impunito, più triste e più grave ora che un'altra doveva pagare per lui.
Quell'amore di giustizia, quel bisogno di verità che avevano animato la vittima, non sarebbero rimasti scontentati ed offesi dal trionfo della menzogna? Il dover suo non era di confondere la menzogna? Se anche egli non avesse idolatrata la vittima e sperato di vendicarla, l'amore di giustizia e il bisogno di verità che ella gli aveva ispirati non dovevano incitarlo a salvare l'innocente e smascherare il colpevole?…
Allora, dal più profondo del suo cuore, dalle latebre dell'anima, fievole ma nondimeno distinto, un altro ricordo sorgeva: non solamente la verità e la giustizia avevano ispirato la vittima: più forti, più potenti, altri sentimenti aveva ella espressi: i sentimenti cristiani del perdono e della pietà…. E l'ansia del giovane cresceva ancora, cresceva continuamente.
Il suo piacere e il suo orgoglio era stato di pensare, di credere, di agire come la creatura amata pensava, credeva ed agiva. Dell'approvazione, della lode di lei gli era importato sopra ogni cosa, unicamente. Il pensiero di lei era stato la sua guardia e la sua tutela. Se ella era morta, non doveva egli ancora e sempre trarre dalla sua memoria l'ispirazione e seguire i suoi insegnamenti? Non era questo il modo di farla rivivere?… Or quale sarebbe stato il consiglio di lei, se egli avesse potuto chiederlo, se ella avesse potuto darlo? Come si sarebbe ella condotta in una situazione simile a quella nella quale egli versava?…
Sì: l'odio lo animava, lo faceva cupido di vendetta. All'idea di non poter più mai udire la voce di lei, di doversi appagare del ricordo invisibile, l'odio contro l'uomo che glie l'aveva contesa e tolta lo dominava, fino a soffocare la voce d'ogni altro sentimento. Se ella non poteva più rammentargli il consiglio del perdono, se il ricordo restava inefficace, la colpa era tutta di quell'uomo. Nei primi giorni egli non si era neppure proposto il problema morale che ora veniva ad accrescere il suo tormento. Ma, come il primo impeto del dolore naturalmente sedavasi, come egli doveva fatalmente abituarsi all'idea della morte, come tutte le forze dell'anima sua erano intente a raccogliere, a custodire, a immortalare la memoria della perduta, egli pensava se del cieco odio e della vendetta ella non si dolesse. Nel punto che l'arma omicida rompeva le sue carni, che gli occhi suoi chiudevansi alla luce, aveva ella imprecato? L'ultimo pensiero della sua vita poteva essere livido?
Quando il Vérod si proponeva queste domande, la risposta non era dubbia per lui. Ella aveva perdonato. Doveva egli perdonare a sua volta? Se voleva essere degno di lei, non doveva seguirne l'esempio?…
Alle volte egli chiudeva gli occhi e chinava la fronte, invaso dal ricordo dei buoni insegnamenti, quasi vergognoso d'averlo smarrito. Altre volte protestava ed insorgeva. La vita non può esser fatta tutta d'amore! Se al male s'oppone il perdono, quale sarà il premio del bene?… Ma allora le parole di lei gli tornavano a mente: «Se al male non si concede perdono, se gli si oppone altro male, dove è più il bene?» Ella diceva che la giustizia è amabile, ma che non basta. Poichè le creature umane sono troppo deboli e peccano anche quando hanno prescienza dei loro peccati, bisogna che alla somma troppo grande degli errori sia concessa indulgenza. «La giustizia indulgente non è giusta!…» aveva egli replicato; ed ella: «La stretta giustizia è impotente, la bontà solo ha ragione del male.»
Egli aveva assentito. Perchè aveva assentito? Non era stato sincero? Se le aveva dato sinceramente ragione, se aveva accolto candidamente il suo precetto, non doveva ora perdonare? Se ora non perdonava non era stato allora sincero; aveva finto per piegarla, per vincerla! Doveva egli accusarsi della passata ipocrisia oppure della debolezza presente?
Egli usciva dal dubbio pensando che la verità non è sempre la stessa, che i contrasti della vita mettono l'uomo in opposizione con sè stesso senza che sia imputabile di mala fede. No, egli non aveva mentito riconoscendo che la bontà è necessaria; soltanto col ricordare la predicazione del perdono non dimostrava d'averla compresa? Ma come accoglierla ora che la sua ragione, la sua passione, tutto l'essere suo voleva e doveva necessariamente volere il castigo? Allora egli udiva altre parole, così chiare e ferme come quando ella le aveva proferite: «La verità è una sola; riconoscerla astrattamente val poco nè vi può essere merito se non l'affermiamo contro il nostro proprio interesse….»